giovedì 28 aprile 2016

Come costruire la diga (Hoover Dam)



# 26

…Sopravvivere non è un termine esagerato se si considera che in quell’area d’estate si superano abbondantemente i 40 gradi (reali, non percepiti) e, per quanto concerne il lavoro, va considerato che non esistevano i sistemi di sicurezza attuali, infatti dalla fase di progetto fino alla realizzazione ultimata vennero contate 112 vittime.
Sulla pericolosità dell’attività si pensi ad esempio che i ripidi pendii del Black Canyon, dentro i quali scorreva il Colorado, dovettero essere preparati per supportare le pareti della diga.
A questo scopo una tipologia di operai, gli “high scalers”, (scalatori di quota) si calavano con delle funi lungo le pareti della gola, praticavano dei fori dove veniva inserita e fatta brillare la dinamite; lo scopo era di togliere le pietre pericolanti e mettere a nudo la roccia viva che costituiva il canyon.
All’inizio i dispositivi di protezione individuale erano assenti o, al meglio, consistevano in cappelli di feltro irrigiditi con la pece e solo successivamente venne introdotto l’uso di caschetti protettivi che comunque non erano sufficienti a riparare adeguatamente i lavoratori dai sassi in caduta.
Grazie a questo lavoro, la diga avrebbe avuto maggiore stabilità in funzione del fatto che la spinta, esercitata dall’acqua nel bacino a monte, sarebbe stata scaricata sulla roccia consolidata.
Fra i numerosi problemi che dovettero essere affrontati, ci fu anche la deviazione provvisoria del Colorado, che venne canalizzato per mezzo di 4 gallerie, in modo da lasciare provvisoriamente all’asciutto il letto del fiume.
Da qui incominciò l’erezione della diga vera e propria: il progetto prevedeva che fosse di tipo ad arco-gravità.
Questo criterio sfruttava il peso della costruzione stessa per renderla stabile sul terreno e la capacità di un arco convesso di potersi comprimere e scaricare sulle pareti delle montagne la pressione idrostatica esercitata dal lago.
Vista di profilo e all’asciutto, doveva assomigliare ad una specie di piramide, molto larga alla base, che si rastremava verso l’alto, generando però un allungamento ad arco sull’asse trasversale.
Un altro problema complesso da risolvere derivò dalla gestione dei più di 3 milioni di metri cubi di calcestruzzo necessario alla realizzazione.
Se da una parte la cifra in sé parla da sola, dall’altra nasconde il problema delle proprietà idrauliche del cemento.
Durante l’indurimento del calcestruzzo, il cemento che lo costituisce è soggetto a reazioni chimiche di idratazione che sviluppano calore.
Senza entrare troppo nei dettagli, (altrimenti si vedano i link riportati) nelle normali situazioni quotidiane ed ambientali, queste reazioni si ritengono esaurite in circa 28 giorni ed il materiale è pronto per ricevere il carico prefissato, ma qui molti parametri non erano consueti.
Si sa che il calcestruzzo è un cattivo conduttore di energia termica per cui, maggiore è il suo volume, maggiore è la difficoltà ad espellere il calore generato dalle reazioni chimiche e ancora, se la temperatura dell’aria circostante è alta, la dispersione avverrà più lentamente.
Gli ingegneri progettisti calcolarono che, in quel luogo e con quelle temperature, se la diga fosse stata costruita con una sola gigantesca gettata di calcestruzzo, ammesso che fosse possibile, ci sarebbero voluti più di 100 anni prima che il composto si stabilizzasse.
Peggio ancora, la “maturazione” esterna sarebbe stata più rapida di quella interna e questo avrebbe causato tensioni dentro al materiale, con rischi di crepe o rotture nel cuore della diga stessa.
Il problema fu risolto impastando il calcestruzzo con acqua fredda e facendo delle gettate in apposite casseforme, di non più di 15 metri di lato e di 1,5 di altezza, sul cui fondo venivano posati dei tubi dentro ai quali scorreva acqua refrigerata da appositi frigoriferi.
Al termine dell’indurimento la serpentina veniva sigillata e usata come armatura.
Con questo metodo si innalzarono 221 metri di diga dal 1931 al 1935, in anticipo di due anni sui tempi di consegna.





giovedì 7 aprile 2016

Cartoline dal lago di Como

Sono sicuro di essere in buona compagnia quando affermo che una delle prime “uscite” motociclistiche che si fanno partendo da Milano e dalle zone limitrofe, appena spunta il primo sole primaverile, sia quella di raggiungere il Lago di Como.
La tipicità della sua geografia e delle strade che si snodano non solo lungo la sua costa, ma anche sui rilievi montani attorno, ci regalano scorci di una bellezza apprezzata in tutto il mondo.
Oggi ho deciso di percorrere buona parte della Strada Regina (SS340) che, posizionata sulla sponda ovest, di pomeriggio permette di ammirare il lago con il sole alle spalle.
Mi sono prefissato di raggiungere una località, Breglia, che si trova 500 metri sopra al lago e quindi dovrebbe essere un buon punto di osservazione.
Terminata la Pianura Padana, da Como inizia il panorama: Cernobbio, Moltrasio, Laglio, Argegno sono i principali comuni che si incontrano e poi Tremezzo, località famosa  perché sorge Villa Carlotta.
Questa località è particolare anche perché si trova di fronte a Bellagio e da qui si scorge la fine del promontorio che costituisce il vertice del cosiddetto Triangolo Lariano; da questo punto in avanti il lago di Como si allarga perché si unisce al ramo di Lecco.
Proseguo lentamente in moto perché un occhio va alla strada e l’altro va al panorama, sempre bello e suggestivo; pochi chilometri ancora e si raggiunge Menaggio.
Da qui la strada sale rapidamente sul lago senza allontanarsi troppo da esso permettendo la visuale su panorami fantastici e unici.
Da dove sono ora, a circa un chilometro in linea d’aria, vedo una delle tante ville che ornano il lago; lo scorcio da questa posizione merita una sosta per vedere la costruzione: si tratta di Villa La Gaeta  che si trova in località San Siro.



E’ un castello di stile neomedievale del 1921 famoso anche perché utilizzato come set cinematografico nel finale del film di 007 Casinò Royale con Daniel Craig.
Risalgo in moto e proseguo, poco oltre vedo del fumo salire da dietro un crinale; deduco che ci sia un incendio nei boschi.
Pochi minuti dopo vedo comparire un elicottero antincendio da dove proviene il fumo, immagino che dovrà scendere fino al lago per approvvigionare l’acqua per spegnere l’incendio e intanto valuto che gli ci vorrà parecchio tempo (minuti) per spostarsi  sì di pochi chilometri, ma a quote di altezza differenti tra loro di molte centinaia di metri.
La strada continua a salire e i tornanti mi costringono a dedicare loro la mia totale attenzione.
Raggiungo la località di Plesio, famosa anche per la produzione dell’acqua minerale Chiarella e rivedo l’elicottero già rifornito di acqua in prossimità del fumo; ha fatto troppo in fretta a scendere e risalire per cui credo che si sia approvvigionato altrove.
Sono ormai vicino alla destinazione che mi sono prefissato quando vedo l’elicottero che sta tornando indietro per un nuovo carico, questa volta è vicino, sta volando a poche centinaia di metri da me ed è nella mia direzione: sono incuriosito.
Sto entrando nella località di Breglia e, ad un bivio, scorgo mezzi con i lampeggianti gialli in azione mentre il velivolo è sempre più prossimo.
Mi fermo, ho la macchina fotografica con me e vedo che è stata allestita la base di rifornimento di acqua per l’elicottero in un campo giochi in piano, ma non molto lontano da alberi.
Non capita certo tutti i giorni di osservare come funziona l’organizzazione di uomini e mezzi per spegnere gli incendi boschivi.
Mi avvicino a piedi per quanto è consentito e vedo che in mezzo al prato è stato montato un contenitore ottagonale bianco e rosso che viene riempito di acqua per mezzo di una bocchetta antincendio.
Ora l’elicottero è in mia prossimità, quasi immobile sopra la testa, ma il vento che provoca non m’impedisce qualche scatto fotografico e la ripresa di un filmato.
Lentamente scende e immerge il bucket (il secchio) nella vasca, lo riempie in pochi secondi e poi riprende quota, pronto per andare ad effettuare un nuovo lancio sull’incendio.
Il tutto viene eseguito con una precisione millimetrica tale, che mi fa pensare quanto il pilota sappia veramente il fatto suo e quante operazioni di questo tipo abbia svolto nella sua carriera per rendere così fluide e precise le manovre che sta compiendo.
Mentre l’elicottero si allontana parlo con un addetto della Protezione Civile che mi spiega che l’incendio, probabilmente causato da un mozzicone o da un fuoco acceso incautamente, non è molto esteso grazie anche alla velocità con cui è stato segnalato.
L’elicottero, mi spiega, effettuerà ancora un paio di lanci prima di terminare il suo lavoro.
Decido di stare lì a guardare e pochi minuti dopo assisto ad un nuovo riempimento del bucket e più tardi, come annunciato, l’elicottero termina la sua missione atterrando nel campetto.
A questo punto viene liberato dal bucket e riparte per l’eliporto.
Un fuoriprogramma decisamente interessante.










Riprendo la moto e mi inerpico su piccole stradine allo scopo di vedere i panorami che stavo cercando e che trovo subito dopo.
La vista sul promontorio di Bellagio e sui due rami del lago di Como da qui è eccezionale, come lo è la posizione, sul cucuzzolo della montagna, del Santuario della Madonna di Breglia.
Ancora qualche scorcio, qualche altro scatto, poi l’inizio della discesa verso l’epilogo di una giornata piacevole e istruttiva.














lunedì 21 marzo 2016

Imbrigliare l’oro bianco (Hoover Dam)



# 25

Stabilito che per ora dedicheremo la visita di Las Vegas in orario serale, resta da decidere la meta odierna fra le tante possibili.
Incominciamo dalle vicinanze: ad una cinquantina di chilometri da qui c’è la Hoover Dam, la prima diga che ha sbarrato il fiume Colorado.
Già nella seconda metà dell’800 il fiume Colorado con le sue piene causava notevoli danni alle popolazioni che abitavano attorno al suo letto e il controllo del flusso idrico avrebbe risolto il problema.
Solo dopo il 1920 la tecnologia, seppur rudimentale rispetto a quella odierna, permise lo studio per un progetto di sbarramento e di regolazione del flusso fluviale.
Lo scopo della costruzione di una diga era molteplice: prima di tutto sarebbe sì servita al controllo delle piene, ma anche all’irrigazione dei campi, alla navigazione per il trasporto delle merci; poi avrebbe avuto funzione di riserva idrica e di fonte di energia.
Inizialmente venne scelto un luogo più a monte dell’attuale, ma gli studi geologici dell’epoca evidenziarono che il posto si trovava nelle vicinanze di una faglia.
Venne identificato un sito più a valle, in territorio più sicuro, con il duplice vantaggio di ottenere anche un bacino idrico più capiente.
Tuttavia i problemi non erano solo di natura geologica o tecnologica, ma anche politici perché il Colorado segnava il confine tra Nevada e Arizona, però nell’orbita di interesse di questo fiume gravitavano anche i vicini stati della California, Utah con ripercussioni fino al New Messico, Colorado e Wyoming.
Il governo federale nominò un mediatore che aveva il compito di trovare una soluzione che mettesse d’accordo tutti gli interessi e a questo scopo scelse Herbert Hoover, che nel 1922 era segretario al commercio.
Quando fu trovato un compromesso iniziarono i lavori di progettazione.
In fase di progetto si cercò di contenere il più possibile i costi di esecuzione, ma successivamente prevalse l’idea che, trattandosi di un’opera faraonica, non sarebbe stato il caso di risparmiare sulla sicurezza.
Nel 1928, prima dell’inizio della costruzione della diga, avvenne il crollo della diga St. Francis, nelle vicinanze di Los Angeles, che causò centinaia di morti e danni astronomici.
Anche per questa ragione il progetto fu rivisto, vennero introdotte misure di sicurezza aggiuntive e ridondanze sull’affidabilità dell’opera.
I costi maggiorati furono legittimati anche dal fatto che si trattava di un’opera unica al mondo, la prima di quel tipo e quindi l’orgoglio di lasciare ai posteri una realizzazione così monumentale, praticamente indistruttibile, ebbe anch’esso il proprio peso.
Nel 1931 iniziarono i lavori veri e propri, ma già un po’ prima, migliaia di persone, soprattutto disoccupati rimasti senza lavoro dopo la crisi economica del 1929, si trasferirono attorno al sito di costruzione.
La località più grande nel circondario era Las Vegas che in quel periodo contava 5.000 abitanti; posta ad una cinquantina di chilometri in mezzo al deserto era tutt’altro che vicina e facilmente raggiungibile.
Anche il luogo dove sarebbe stata realizzata la diga, nel Black Canyon, non era per niente ospitale: strette pareti di roccia alte più di 200 metri non rendevano facile la movimentazione degli uomini, dei mezzi e dei materiali, per cui furono improvvisate tendopoli, alcune neppure autorizzate.
La costruzione dal nulla di una città che servisse da campo base e alloggi era stata contrattualizzata e pianificata tra governo federale e società committente, ma poiché i lavori della diga incominciarono un po’ prima del previsto, una parte delle maestranze, spesso con le relative famiglie, sopravvissero in qualche modo in attesa che il villaggio ufficiale, Boulder City, fosse concluso.



venerdì 4 marzo 2016

Il primo contatto con Las Vegas



# 24

Prima di tornare al racconto devo dire che questa esperienza risale al 2009, quindi è trascorso parecchio tempo e a Las Vegas il tempo corre molto veloce, al punto che può succedere che oggi costruiscano un albergo e dopo alcuni anni si decida di rifarlo per motivi vari: qualche carica di dinamite ben piazzata e boom.
Un’esplosione controllata, calcolata al millesimo di secondo e al grammo di esplosivo usato, spettacolare anch’essa al punto che non manca mai qualche televisione pronta a riprendere e trasmettere l’evento; poi l’edificio viene fatto implodere, le macerie sgomberate e di lì a poco un’altra costruzione lo rimpiazzerà, anche questo in fondo è show business.
Queste cose non sono fantasie, ma è quello che succede in una città particolarmente dinamica come questa, per cui ciò che scriverò riguarderà la mia esperienza personale avvenuta in quel periodo, una specie di fotografia scattata in quella data, raccontata anche con le parole, che forse in futuro diventerà una fra le tante testimonianze storiche.
Lasciamo l’autostrada e ci buttiamo nel traffico cittadino.
Forse sarà a causa della stanchezza e del caldo torrido, del clima talmente secco che neppure ti fa sudare tanto ti asciuga ma, nonostante sia ancora giorno e quindi le famose luci della città non diano ancora spettacolo, vediamo costruzioni immense, alberghi esagerati.
Pur senza prenotazioni, ci sistemiamo in fretta, è quasi ora di cena, ma prima decidiamo di prenderci un momento di relax, anche se intanto i pensieri in testa su come organizzare i prossimi giorni in cui soggiorneremo qui si accavallano.
Poi usciamo, senza auto perchè di strada ne abbiamo già percorsa parecchia, una passeggiata dovrebbe rilassarci un po’.
Quasi non ci crediamo: siamo sulla Strip di Las Vegas, ma il calore smorza subito l’entusiasmo.
39 gradi sono tanti, confidiamo sul fatto che tra poco il sole tramonterà e questo, soprattutto in un clima desertico, dovrebbe abbattere la temperatura.
Qui siamo lontani dal clima oceanico di Los Angeles o Santa Monica e il calore potrebbe fiaccare la nostra resistenza e condizionare la scelta dei luoghi.
Mentre camminiamo vediamo un centro commerciale, ci sembra una buona idea entrare pensando che l’ambiente sarà condizionato e, se sufficientemente grande, potrebbe esserci un ristorante.
Abbastanza grande? Per qualche istante mi sono dimenticato che qui siamo nella culla dell’esagerazione e infatti, appena varcata la soglia, constatiamo che il luogo assomiglia più ad una cittadina.


Il Miracle Mile Shops ci accoglie con un muro di aria fresca e cominciamo a guardarci in giro: non esagero dicendo che ci saranno almeno 200 esercizi commerciali, ma non è solo un insieme di negozi affiancati, ci sono costruzioni a due piani che talvolta richiamano gli edifici coloniali messicani o del sud della California, colori sgargianti e illuminazione abbondante, colorata e ben curata.
Poi, mentre camminiamo, guardiamo in alto e vediamo qualche nuvoletta in cielo, però poco fa fuori era tutto sereno e anche più chiaro….
Ci vuole qualche istante per capire che il cielo che vediamo è artefatto e ce lo conferma il fatto che le presunte nuvole cambiano distanza mentre camminiamo.
Non comprendiamo bene se si tratta di un drappo appeso dipinto, di una proiezione di luci o entrambe le cose simultaneamente.
Poco più avanti vediamo la ricostruzione del fianco di una nave mercantile situata dietro ad alcuni negozi, poi una fontana e successivamente una pozza d’acqua nel cui fondo si vedono migliaia di monetine.



Luci variabili nascoste tra i finti scogli che la recingono, creano riflessi e giochi di colori sulla superficie dell’acqua e mentre guardiamo il laghetto sentiamo il ticchettio della pioggia sull’acqua.
Guardiamo “il cielo” che intanto si è fatto più scuro e capiamo che un impianto di pioggia artificiale, che peraltro non riusciamo a distinguere, fa cadere piccole gocce d’acqua nel laghetto mentre dalla sua superficie s’innalza un piccolo strato di nebbia generato artificialmente.







Qui dentro si potrebbero trascorrere delle mezze giornate alla volta, anche solo per curiosare nei negozi, ma noi siamo entrati alla ricerca di un locale per mangiare e, quando lo vediamo, decidiamo di entrare.
E’ un ristorante hawaiano; uova, carne, pollo, insalate, panini, patatine, pesce, verdura, formaggi, frutta, gelati, frappè, c’è tutto quanto serve, persino il caffè, anche se non il nostro espresso, ma quello americano, molto lungo, comunque buono se lo si accetta come “bevanda” servita nelle walky cup in quantità familiare. (Avete presente i caffè di Leroy Jethro Gibbs e Abby Sciuto, personaggi della serie di telefilm NCIS? Ecco, quello!)
Seduti al tavolo del ristorante qui nel Miracle Mile Shops di Las Vegas, durante la cena, è un buon momento per fare il punto della situazione: fino a questa mattina eravamo a Hollywood e ora eccoci qui a progettare nuovi percorsi.
Sono troppe le cose che vorremmo vedere in questi giorni, ma decidiamo che Las Vegas sarà il luogo dal quale ci sposteremo a raggiera, sarà la nostra base e, considerata la temperatura e il fatto che la città è particolarmente spettacolare di sera, durante il giorno visiteremo nuove mete.
Siamo soddisfatti, continuiamo la visita del centro e, poco prima di uscire, vediamo l’ingresso del casinò.
Macchinette di tutti i tipi coloratissime ed ammiccanti che ti invitano a sederti per tentare la fortuna.
Può essere un’esperienza anche questa, ma non ora, dobbiamo fare qualche cosa di più importante e necessario: andare a dormire :-)






martedì 16 febbraio 2016

Las Vegas - Valutazioni



# 23

Nel post precedente ho raccontato brevemente la storia di Las Vegas, ora invece desidero esporre delle valutazioni oggettive, ma anche di carattere personale, maturate durante e dopo il mio soggiorno.
Eccoci finalmente a Las Vegas; finalmente perché il viaggio da Hollywood a qui non è stato brevissimo, (450 chilometri) finalmente perché l’attraversamento del deserto del Mojave, pur compiuto in autostrada, è stata un’esperienza nuova che ci aveva un po’ impressionati e finalmente perché questa città è uno dei luoghi che avremmo gradito visitare durante questa vacanza californiana.
Beh, in realtà, geograficamente parlando, Las Vegas si trova in Nevada e questa cosa mi fa già sorridere pensando che il Nevada deve il suo nome alla Sierra Nevada (la catena montuosa solitamente innevata situata nel nord-ovest di questo Stato), mentre qui ci troviamo nel bel mezzo di un torrido deserto.
Un apparente controsenso ulteriormente evidenziato dal fatto che Las Vegas è traducibile con “I Prati o terreno fertile coltivabile” eppure, proprio come in una piccola oasi, qui esistevano dei prati e del verde in generale, tenuti in vita dalle acque di falda che affioravano in questa zona.
Certo che quello che appare agli occhi di noi turisti che stiamo giungendo qui per la prima volta, non ha nulla a che vedere con i prati.
Chi dice che Las Vegas si ama o si odia, ma non lascia indifferenti, ha ragione.
A prima vista tutto sembra estremo, assurdo, eccessivo, contraddittorio, strano, inusuale, talvolta anche kitsch; però se cose che potessero sembrare di cattivo gusto, come per esempio un’accozzaglia di stili architettonici non originali che convivono, sono copiati, estremizzati, curati nei minimi particolari senza badare al risparmio, ma puntano alla spettacolarità e alla bellezza di ciò che il visitatore vede, allora persino il kitsch diventa un pregio, o comunque la caratterizzazione di qualcosa e in questo caso si rivela una fra le molte peculiarità della città stessa.
Esemplificando, se io fossi in grado di scolpire la Pietà di Michelangelo uguale in tutto e per tutto all’originale, certamente non avrebbe il valore artistico dell’opera esposta in Vaticano, tuttavia, in mostra a dovere, farebbe sicuramente una bella figura.
Secondo me Las Vegas è un po’ questo, i detrattori la accusano di non avere talenti originali e gli estimatori sostengono che proprio l’insieme di una miriade di situazioni di questo tipo determinano la caratteristica e l’originalità del luogo stesso, senza contare la spettacolarità indiscutibile dell’illuminazione, delle scenografie, delle attrazioni o delle sale da gioco.
Personalmente io appartengo alla categoria degli estimatori, sicuramente più numerosa, diversamente non si spiegherebbero le decine di milioni di turisti all’anno che l’affollano.
Talvolta chi non l’apprezza, lo fa per motivi culturali (ad esempio pensando in senso dispregiativo: ”E’ la classica americanata”) o per motivi pseudo-perbenistici o religiosi (è difficile cancellare del tutto la vecchia immagine di “Città del Peccato”) eppure tutti siamo convinti che negli ultimi decenni la nostra Società è molto cambiata: usi, costumi e comportamenti umani hanno subìto trasformazioni profonde, arrivando a tollerare o normalizzare cose che pochi decenni fa erano tabù.
Meglio o peggio? Non voglio giudicare, ma mi limito ad osservare la realtà.
Pensate ad esempio alle sexy commediole cinematografiche che si vedevano in Italia negli anni ’70, o al linguaggio pulito, senza alcuna parolaccia, che era usato in televisione.
Allora, in TV quei filmetti non potevano essere trasmessi perchè la censura li bloccava, ma oggi non è più così e nessuno si scandalizza; al limite vanno in onda in fascia oraria protetta.
Al cinema c’è di tutto, in televisione si dice qualsiasi cosa con linguaggio anche molto colorito e su internet ancora di più.
Las Vegas, negli anni, ha mantenuto il suo modo di essere, addirittura ha cercato di ripulire un po’ la propria immagine.
Probabilmente decenni fa era troppo in anticipo rispetto a quei tempi e forse anche questo è fra i motivi del suo successo: ad uno sviluppo sociale e di costume, non proprio ineccepibili, è seguita una normalizzazione avvenuta con l’evoluzione della società e con la mediazione della propria identità.
Sono convinto che, nonostante eventuali e più o meno giustificati biasimi, Las Vegas abbia il merito di non avere peccato di ipocrisia.






venerdì 29 gennaio 2016

Las Vegas - Storia




# 22 

Las Vegas fu ufficialmente fondata nel 1905, anche se i pionieri Mormoni costruirono qui un forte attorno al 1850 che fu il primo nucleo moderno da cui partì la crescita.
Trovandosi nel bel mezzo del deserto del Mojave, i limiti dell’espansione non dipendevano dallo spazio disponibile, praticamente sconfinato, quanto dalle risorse idriche ed energetiche.
Terminata la grande depressione del 1929, il primo sviluppo avvenne quando fu legalizzato il gioco d’azzardo nel 1931.
I molti operai che lavoravano al progetto della “Hoover Dam” potevano venire qui a spendere e a giocare grandi quantità di soldi senza contravvenire ad alcuna legge.
Fumo, alcool, donne e gioco d’azzardo furono un richiamo potente, ulteriormente amplificato e mitizzato dal passaparola.
Finita la costruzione della diga aumentò la disponibilità di acqua e di energia; ciononostante attorno al 1940 la città contava circa 8000 abitanti e la vita si svolgeva nel suo centro, attorno a Fremont Street.
Naturalmente, circolando parecchi soldi crebbe l’interesse della malavita organizzata e, nel 1945, l’organizzazione mafiosa delle “Famiglie della East Coast” finanziò un criminale dell’epoca, Bugsy Siegel, per la costruzione dell’hotel-casinò Flamingo, col fine di controllare il gioco d’azzardo.
I costi della realizzazione però lievitarono, anche perchè parte dei fondi fu sottratta da Siegel e dalla sua amante; per questa ragione la “Commissione” (organo con poteri decisionali di Cosa Nostra Americana) decretò la sua morte che avvenne nel 1947 per mano di un killer.
Questo episodio fu importante per lo sviluppo dell’attuale Las Vegas perché il Flamingo fu tra i primi hotel ad essere delocalizzato verso la periferia, pochi chilometri a sud e, nonostante i rifacimenti, è il più vecchio fra quelli oggi esistenti.
A questa città intanto era stato conferito l’appellativo di Sin City, (Città del Peccato o Città del Vizio).
Il nomignolo non era immotivato ma, anziché scoraggiare l’arrivo di gente, contribuì anch’esso a pubblicizzare il luogo.
Chi veniva qui per giocare, bere, fare affari ed altro lo faceva con una certa ostentazione, era diventato uno status symbol, la dimostrazione di detenere lusso, mezzi e potere.
Negli anni ’50 divenne un punto di riferimento dello spettacolo grazie alla presenza di celebrità come Frank Sinatra, Dean Martin, Sammy Davis jr.
Poi seguì un primo tentativo di rifacimento dell’immagine, all’iniziò negli anni ’60, quando si cercò di sostituire il termine “gioco d’azzardo” (gambling) con “attività di gioco” (gaming).
Lo scopo era quello di ripulire il volto della città, di toglierle quella nomea associata al malaffare e al vizio che aveva.
Sempre in questo periodo l’area più a sud della città, che comprende anche la località di Paradise e dove era stato costruito l’hotel-casinò Flamingo, cominciò a fare concorrenza al vecchio centro storico.



La zona era collegata a Fremont street per mezzo di un viale lungo alcuni chilometri. (Las Vegas Blv)
Qui, disponendo di maggiore nuovo spazio, era più facile edificare costruzioni più grandi partendo da zero, con criteri più moderni: stava nascendo la Strip, (si dice anche lo Strip) quella striscia di territorio che oggi in pratica è ciò a cui si pensa quando si parla di Las Vegas.
All’idea che si potesse dare un nuovo look alla città, credette in modo particolare il magnate americano Steve Wynn, già figlio di un gestore di locali dove si giocava il Bingo, che a sua volta divenne possessore di quote di locali e proprietario di immobili a Las vegas.
Qui si era trasferito alla fine degli anni ’60 con la famiglia ed era talmente convinto che l’idea di rinnovo potesse prendere corpo, al punto che affermò che presto la Città del Peccato sarebbe diventata un luogo di vacanza per famiglie.
Naturalmente non fu l’unico a costruire a Las Vegas, ma Wynn, alla fine degli anni’80, ottenne finanziamenti immensi attraverso l’emissione di titoli ad alto rischio per l’investitore (junk bonds o titoli spazzatura, come si direbbe oggi) per costruire l’hotel-casinò Mirage, denaro che sperava di restituire in alcuni anni.
In realtà l’azzardo si rivelò un affare colossale e bastò un anno e mezzo per ripagare i creditori tanto il progetto ebbe successo, poi, su quella scia, negli anni successivi venne costruito il Bellagio, ispirato alla omonima splendida cittadina situata nel mezzo del lago di Como.
Da allora la città è cresciuta a dismisura e oggi conta più di 500mila abitanti, che diventano più di 2 milioni se si considera l’area metropolitana.
Se è vero che da cosa nasce cosa, qui, dove tutto è più estremizzato, il concetto vale più che mai: aumento di popolazione, opportunità di lavoro, ma anche facilità a ritrovarsi senza denaro, soprattutto se lo si gioca irresponsabilmente.
Che Las Vegas si sia trasformata in un luogo di vacanza per famiglie, come ipotizzato da Steve Wynn, è un dato di fatto, diversamente non si potrebbe spiegare il record di turisti del 2012 con una presenza maggiore di 40 milioni di visitatori.
Il periodo di crisi, avvenuto dopo il 2008, ha causato recessione anche qui, soprattutto in termini di perdita di posti di lavoro che, nel Nevada, in pochi anni, hanno determinato un tasso di disoccupazione passato da meno del 5% a più del 13%, anche se ora (2016) il peggio è passato e i posti sono stati quasi tutti riassorbiti.
Infatti Las Vegas non è solo una città in cui divertirsi, ma è anche un luogo dove si può trovare facilmente un lavoro nell’ambito dei servizi, proprio per la massiccia presenza di turisti, un’opportunità dove si può inseguire ancora il sogno americano.