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venerdì 4 marzo 2016

Il primo contatto con Las Vegas



# 24

Prima di tornare al racconto devo dire che questa esperienza risale al 2009, quindi è trascorso parecchio tempo e a Las Vegas il tempo corre molto veloce, al punto che può succedere che oggi costruiscano un albergo e dopo alcuni anni si decida di rifarlo per motivi vari: qualche carica di dinamite ben piazzata e boom.
Un’esplosione controllata, calcolata al millesimo di secondo e al grammo di esplosivo usato, spettacolare anch’essa al punto che non manca mai qualche televisione pronta a riprendere e trasmettere l’evento; poi l’edificio viene fatto implodere, le macerie sgomberate e di lì a poco un’altra costruzione lo rimpiazzerà, anche questo in fondo è show business.
Queste cose non sono fantasie, ma è quello che succede in una città particolarmente dinamica come questa, per cui ciò che scriverò riguarderà la mia esperienza personale avvenuta in quel periodo, una specie di fotografia scattata in quella data, raccontata anche con le parole, che forse in futuro diventerà una fra le tante testimonianze storiche.
Lasciamo l’autostrada e ci buttiamo nel traffico cittadino.
Forse sarà a causa della stanchezza e del caldo torrido, del clima talmente secco che neppure ti fa sudare tanto ti asciuga ma, nonostante sia ancora giorno e quindi le famose luci della città non diano ancora spettacolo, vediamo costruzioni immense, alberghi esagerati.
Pur senza prenotazioni, ci sistemiamo in fretta, è quasi ora di cena, ma prima decidiamo di prenderci un momento di relax, anche se intanto i pensieri in testa su come organizzare i prossimi giorni in cui soggiorneremo qui si accavallano.
Poi usciamo, senza auto perchè di strada ne abbiamo già percorsa parecchia, una passeggiata dovrebbe rilassarci un po’.
Quasi non ci crediamo: siamo sulla Strip di Las Vegas, ma il calore smorza subito l’entusiasmo.
39 gradi sono tanti, confidiamo sul fatto che tra poco il sole tramonterà e questo, soprattutto in un clima desertico, dovrebbe abbattere la temperatura.
Qui siamo lontani dal clima oceanico di Los Angeles o Santa Monica e il calore potrebbe fiaccare la nostra resistenza e condizionare la scelta dei luoghi.
Mentre camminiamo vediamo un centro commerciale, ci sembra una buona idea entrare pensando che l’ambiente sarà condizionato e, se sufficientemente grande, potrebbe esserci un ristorante.
Abbastanza grande? Per qualche istante mi sono dimenticato che qui siamo nella culla dell’esagerazione e infatti, appena varcata la soglia, constatiamo che il luogo assomiglia più ad una cittadina.


Il Miracle Mile Shops ci accoglie con un muro di aria fresca e cominciamo a guardarci in giro: non esagero dicendo che ci saranno almeno 200 esercizi commerciali, ma non è solo un insieme di negozi affiancati, ci sono costruzioni a due piani che talvolta richiamano gli edifici coloniali messicani o del sud della California, colori sgargianti e illuminazione abbondante, colorata e ben curata.
Poi, mentre camminiamo, guardiamo in alto e vediamo qualche nuvoletta in cielo, però poco fa fuori era tutto sereno e anche più chiaro….
Ci vuole qualche istante per capire che il cielo che vediamo è artefatto e ce lo conferma il fatto che le presunte nuvole cambiano distanza mentre camminiamo.
Non comprendiamo bene se si tratta di un drappo appeso dipinto, di una proiezione di luci o entrambe le cose simultaneamente.
Poco più avanti vediamo la ricostruzione del fianco di una nave mercantile situata dietro ad alcuni negozi, poi una fontana e successivamente una pozza d’acqua nel cui fondo si vedono migliaia di monetine.



Luci variabili nascoste tra i finti scogli che la recingono, creano riflessi e giochi di colori sulla superficie dell’acqua e mentre guardiamo il laghetto sentiamo il ticchettio della pioggia sull’acqua.
Guardiamo “il cielo” che intanto si è fatto più scuro e capiamo che un impianto di pioggia artificiale, che peraltro non riusciamo a distinguere, fa cadere piccole gocce d’acqua nel laghetto mentre dalla sua superficie s’innalza un piccolo strato di nebbia generato artificialmente.







Qui dentro si potrebbero trascorrere delle mezze giornate alla volta, anche solo per curiosare nei negozi, ma noi siamo entrati alla ricerca di un locale per mangiare e, quando lo vediamo, decidiamo di entrare.
E’ un ristorante hawaiano; uova, carne, pollo, insalate, panini, patatine, pesce, verdura, formaggi, frutta, gelati, frappè, c’è tutto quanto serve, persino il caffè, anche se non il nostro espresso, ma quello americano, molto lungo, comunque buono se lo si accetta come “bevanda” servita nelle walky cup in quantità familiare. (Avete presente i caffè di Leroy Jethro Gibbs e Abby Sciuto, personaggi della serie di telefilm NCIS? Ecco, quello!)
Seduti al tavolo del ristorante qui nel Miracle Mile Shops di Las Vegas, durante la cena, è un buon momento per fare il punto della situazione: fino a questa mattina eravamo a Hollywood e ora eccoci qui a progettare nuovi percorsi.
Sono troppe le cose che vorremmo vedere in questi giorni, ma decidiamo che Las Vegas sarà il luogo dal quale ci sposteremo a raggiera, sarà la nostra base e, considerata la temperatura e il fatto che la città è particolarmente spettacolare di sera, durante il giorno visiteremo nuove mete.
Siamo soddisfatti, continuiamo la visita del centro e, poco prima di uscire, vediamo l’ingresso del casinò.
Macchinette di tutti i tipi coloratissime ed ammiccanti che ti invitano a sederti per tentare la fortuna.
Può essere un’esperienza anche questa, ma non ora, dobbiamo fare qualche cosa di più importante e necessario: andare a dormire :-)






martedì 16 febbraio 2016

Las Vegas - Valutazioni



# 23

Nel post precedente ho raccontato brevemente la storia di Las Vegas, ora invece desidero esporre delle valutazioni oggettive, ma anche di carattere personale, maturate durante e dopo il mio soggiorno.
Eccoci finalmente a Las Vegas; finalmente perché il viaggio da Hollywood a qui non è stato brevissimo, (450 chilometri) finalmente perché l’attraversamento del deserto del Mojave, pur compiuto in autostrada, è stata un’esperienza nuova che ci aveva un po’ impressionati e finalmente perché questa città è uno dei luoghi che avremmo gradito visitare durante questa vacanza californiana.
Beh, in realtà, geograficamente parlando, Las Vegas si trova in Nevada e questa cosa mi fa già sorridere pensando che il Nevada deve il suo nome alla Sierra Nevada (la catena montuosa solitamente innevata situata nel nord-ovest di questo Stato), mentre qui ci troviamo nel bel mezzo di un torrido deserto.
Un apparente controsenso ulteriormente evidenziato dal fatto che Las Vegas è traducibile con “I Prati o terreno fertile coltivabile” eppure, proprio come in una piccola oasi, qui esistevano dei prati e del verde in generale, tenuti in vita dalle acque di falda che affioravano in questa zona.
Certo che quello che appare agli occhi di noi turisti che stiamo giungendo qui per la prima volta, non ha nulla a che vedere con i prati.
Chi dice che Las Vegas si ama o si odia, ma non lascia indifferenti, ha ragione.
A prima vista tutto sembra estremo, assurdo, eccessivo, contraddittorio, strano, inusuale, talvolta anche kitsch; però se cose che potessero sembrare di cattivo gusto, come per esempio un’accozzaglia di stili architettonici non originali che convivono, sono copiati, estremizzati, curati nei minimi particolari senza badare al risparmio, ma puntano alla spettacolarità e alla bellezza di ciò che il visitatore vede, allora persino il kitsch diventa un pregio, o comunque la caratterizzazione di qualcosa e in questo caso si rivela una fra le molte peculiarità della città stessa.
Esemplificando, se io fossi in grado di scolpire la Pietà di Michelangelo uguale in tutto e per tutto all’originale, certamente non avrebbe il valore artistico dell’opera esposta in Vaticano, tuttavia, in mostra a dovere, farebbe sicuramente una bella figura.
Secondo me Las Vegas è un po’ questo, i detrattori la accusano di non avere talenti originali e gli estimatori sostengono che proprio l’insieme di una miriade di situazioni di questo tipo determinano la caratteristica e l’originalità del luogo stesso, senza contare la spettacolarità indiscutibile dell’illuminazione, delle scenografie, delle attrazioni o delle sale da gioco.
Personalmente io appartengo alla categoria degli estimatori, sicuramente più numerosa, diversamente non si spiegherebbero le decine di milioni di turisti all’anno che l’affollano.
Talvolta chi non l’apprezza, lo fa per motivi culturali (ad esempio pensando in senso dispregiativo: ”E’ la classica americanata”) o per motivi pseudo-perbenistici o religiosi (è difficile cancellare del tutto la vecchia immagine di “Città del Peccato”) eppure tutti siamo convinti che negli ultimi decenni la nostra Società è molto cambiata: usi, costumi e comportamenti umani hanno subìto trasformazioni profonde, arrivando a tollerare o normalizzare cose che pochi decenni fa erano tabù.
Meglio o peggio? Non voglio giudicare, ma mi limito ad osservare la realtà.
Pensate ad esempio alle sexy commediole cinematografiche che si vedevano in Italia negli anni ’70, o al linguaggio pulito, senza alcuna parolaccia, che era usato in televisione.
Allora, in TV quei filmetti non potevano essere trasmessi perchè la censura li bloccava, ma oggi non è più così e nessuno si scandalizza; al limite vanno in onda in fascia oraria protetta.
Al cinema c’è di tutto, in televisione si dice qualsiasi cosa con linguaggio anche molto colorito e su internet ancora di più.
Las Vegas, negli anni, ha mantenuto il suo modo di essere, addirittura ha cercato di ripulire un po’ la propria immagine.
Probabilmente decenni fa era troppo in anticipo rispetto a quei tempi e forse anche questo è fra i motivi del suo successo: ad uno sviluppo sociale e di costume, non proprio ineccepibili, è seguita una normalizzazione avvenuta con l’evoluzione della società e con la mediazione della propria identità.
Sono convinto che, nonostante eventuali e più o meno giustificati biasimi, Las Vegas abbia il merito di non avere peccato di ipocrisia.






venerdì 29 gennaio 2016

Las Vegas - Storia




# 22 

Las Vegas fu ufficialmente fondata nel 1905, anche se i pionieri Mormoni costruirono qui un forte attorno al 1850 che fu il primo nucleo moderno da cui partì la crescita.
Trovandosi nel bel mezzo del deserto del Mojave, i limiti dell’espansione non dipendevano dallo spazio disponibile, praticamente sconfinato, quanto dalle risorse idriche ed energetiche.
Terminata la grande depressione del 1929, il primo sviluppo avvenne quando fu legalizzato il gioco d’azzardo nel 1931.
I molti operai che lavoravano al progetto della “Hoover Dam” potevano venire qui a spendere e a giocare grandi quantità di soldi senza contravvenire ad alcuna legge.
Fumo, alcool, donne e gioco d’azzardo furono un richiamo potente, ulteriormente amplificato e mitizzato dal passaparola.
Finita la costruzione della diga aumentò la disponibilità di acqua e di energia; ciononostante attorno al 1940 la città contava circa 8000 abitanti e la vita si svolgeva nel suo centro, attorno a Fremont Street.
Naturalmente, circolando parecchi soldi crebbe l’interesse della malavita organizzata e, nel 1945, l’organizzazione mafiosa delle “Famiglie della East Coast” finanziò un criminale dell’epoca, Bugsy Siegel, per la costruzione dell’hotel-casinò Flamingo, col fine di controllare il gioco d’azzardo.
I costi della realizzazione però lievitarono, anche perchè parte dei fondi fu sottratta da Siegel e dalla sua amante; per questa ragione la “Commissione” (organo con poteri decisionali di Cosa Nostra Americana) decretò la sua morte che avvenne nel 1947 per mano di un killer.
Questo episodio fu importante per lo sviluppo dell’attuale Las Vegas perché il Flamingo fu tra i primi hotel ad essere delocalizzato verso la periferia, pochi chilometri a sud e, nonostante i rifacimenti, è il più vecchio fra quelli oggi esistenti.
A questa città intanto era stato conferito l’appellativo di Sin City, (Città del Peccato o Città del Vizio).
Il nomignolo non era immotivato ma, anziché scoraggiare l’arrivo di gente, contribuì anch’esso a pubblicizzare il luogo.
Chi veniva qui per giocare, bere, fare affari ed altro lo faceva con una certa ostentazione, era diventato uno status symbol, la dimostrazione di detenere lusso, mezzi e potere.
Negli anni ’50 divenne un punto di riferimento dello spettacolo grazie alla presenza di celebrità come Frank Sinatra, Dean Martin, Sammy Davis jr.
Poi seguì un primo tentativo di rifacimento dell’immagine, all’iniziò negli anni ’60, quando si cercò di sostituire il termine “gioco d’azzardo” (gambling) con “attività di gioco” (gaming).
Lo scopo era quello di ripulire il volto della città, di toglierle quella nomea associata al malaffare e al vizio che aveva.
Sempre in questo periodo l’area più a sud della città, che comprende anche la località di Paradise e dove era stato costruito l’hotel-casinò Flamingo, cominciò a fare concorrenza al vecchio centro storico.



La zona era collegata a Fremont street per mezzo di un viale lungo alcuni chilometri. (Las Vegas Blv)
Qui, disponendo di maggiore nuovo spazio, era più facile edificare costruzioni più grandi partendo da zero, con criteri più moderni: stava nascendo la Strip, (si dice anche lo Strip) quella striscia di territorio che oggi in pratica è ciò a cui si pensa quando si parla di Las Vegas.
All’idea che si potesse dare un nuovo look alla città, credette in modo particolare il magnate americano Steve Wynn, già figlio di un gestore di locali dove si giocava il Bingo, che a sua volta divenne possessore di quote di locali e proprietario di immobili a Las vegas.
Qui si era trasferito alla fine degli anni ’60 con la famiglia ed era talmente convinto che l’idea di rinnovo potesse prendere corpo, al punto che affermò che presto la Città del Peccato sarebbe diventata un luogo di vacanza per famiglie.
Naturalmente non fu l’unico a costruire a Las Vegas, ma Wynn, alla fine degli anni’80, ottenne finanziamenti immensi attraverso l’emissione di titoli ad alto rischio per l’investitore (junk bonds o titoli spazzatura, come si direbbe oggi) per costruire l’hotel-casinò Mirage, denaro che sperava di restituire in alcuni anni.
In realtà l’azzardo si rivelò un affare colossale e bastò un anno e mezzo per ripagare i creditori tanto il progetto ebbe successo, poi, su quella scia, negli anni successivi venne costruito il Bellagio, ispirato alla omonima splendida cittadina situata nel mezzo del lago di Como.
Da allora la città è cresciuta a dismisura e oggi conta più di 500mila abitanti, che diventano più di 2 milioni se si considera l’area metropolitana.
Se è vero che da cosa nasce cosa, qui, dove tutto è più estremizzato, il concetto vale più che mai: aumento di popolazione, opportunità di lavoro, ma anche facilità a ritrovarsi senza denaro, soprattutto se lo si gioca irresponsabilmente.
Che Las Vegas si sia trasformata in un luogo di vacanza per famiglie, come ipotizzato da Steve Wynn, è un dato di fatto, diversamente non si potrebbe spiegare il record di turisti del 2012 con una presenza maggiore di 40 milioni di visitatori.
Il periodo di crisi, avvenuto dopo il 2008, ha causato recessione anche qui, soprattutto in termini di perdita di posti di lavoro che, nel Nevada, in pochi anni, hanno determinato un tasso di disoccupazione passato da meno del 5% a più del 13%, anche se ora (2016) il peggio è passato e i posti sono stati quasi tutti riassorbiti.
Infatti Las Vegas non è solo una città in cui divertirsi, ma è anche un luogo dove si può trovare facilmente un lavoro nell’ambito dei servizi, proprio per la massiccia presenza di turisti, un’opportunità dove si può inseguire ancora il sogno americano.



  

venerdì 15 gennaio 2016

Da Hollywood a Las Vegas - 2


# 21

La macchina avanzava relativamente lenta rispetto al paesaggio esterno che apparentemente era immutabile.
Avevamo acceso l’autoradio e la musica ci aiutava a far trascorrere il tempo che sembrava persino rallentato.
Ad un tratto iniziò un nuovo brano: Si-, Fa#, La …
Mi fu sufficiente l’arpeggio di chitarra sui primi due accordi per riconoscere “Hotel California” degli Eagles.
“ Su un’autostrada buia e deserta …”, recitava la canzone e intanto incrociai le dita sperando di giungere al traguardo ben prima che facesse buio.
Non mi entusiasmava affatto l’idea che potesse capitare di trovarci in difficoltà, con l’auto guasta in autostrada, con lo scuro mentre stavamo attraversando il deserto del Mojave.
Al di là del testo, poi il mio pensiero si focalizzò sulla musica che mi sembrava la colonna sonora perfetta per questa parte di viaggio.
Il suo fraseggio musicale così ampio e ripetitivo, ma mai monotono, anzi ben articolato, si addiceva perfettamente alle caratteristiche della strada che stavamo percorrendo e del panorama che ci circondava.
Dopo qualche minuto, il superbo primo piano acustico di chitarra elettrica degli Eagles condusse la musica al termine e un po’ anche i miei pensieri più ansiosi, rassicurandomi sul fatto che non avremmo incontrato l’Hotel California.
Del resto tutto stava procedendo secondo i piani e il deserto attorno a noi non faceva poi così paura.


Visto dall’interno del veicolo, si presentava come una distesa di ghiaia e sabbia ricca di vegetazione diradata, principalmente sottoforma di arbusti bassi e talvolta rinsecchiti che permettevano una visuale di molti chilometri in ogni direzione, anche a causa del basso grado di umidità presente nell’aria.
(Quegli arbusti bassi che si vedono spesso anche nei film western, i Rotolacampo o Tumbleweed, sono quelli che, quando sono secchi e maturi, si staccano dalle radici e il vento fa rotolare in grande quantità, anche per chilometri, permettendo loro di rilasciare i semi durante il percorso.
In questo modo la pianta è in grado di riprodursi, ma il loro accumulo ed il transito veloce sulle strade causa seri problemi di traffico.)
Raramente qualche nuvola copriva momentaneamente il sole, l’aria bollente di tanto in tanto causava quelli che vengono chiamati i “Dust Devil”, ovvero dei polveroni di sabbia a sviluppo verticale che si sollevavano dal suolo roteando su se stessi, dei piccoli tornado che si formano a partire dal basso, solitamente innocui.


Più tardi un cartello indicò l’uscita per un ex centro di sorgenti minerali e ora Centro Studi del Deserto: era invisibile dalla strada e del resto anche il suo nome, Zzyzx, sembrava garantire l’anonimato e l’incognita, eheh (si fa fatica a credere che esista un posto con questo nome, eh? Provate a cercarlo!)
Un’altra cosa panoramicamente interessante fu vedere che, ad un certo punto e percorsa un’ampia curva, l’autostrada a doppia carreggiata scendeva a pendenza costante, non in modo ripido, ma progressivo lungo un percorso perfettamente dritto.
Al termine della discesa c’era un’interminabile salita.
D’istinto presi subito nota del chilometraggio e chiesi di scattare una foto.


La discesa sembrava non terminare mai al punto che mi veniva voglia di accelerare un po’ perché sembrava che fossimo fermi.
Raggiunto il fondo incrociammo la parte terminale di una vallata tanto ampia quanto arida: era l’estremità sud della Valle della Morte; un nome, un programma, però l’idea di una visita, anche se non approfondita mi stuzzicava parecchio.
Terminata la risalita ricontrollai il contachilometri: indicava che avevamo percorso oltre 12 miglia, circa 20 chilometri, in più di 10 minuti.
Non avevo mai percorso un rettilineo così lungo formato solo da una discesa ed una salita per di più a pendenza costante.
Il viaggio proseguì tranquillo finchè raggiungemmo il confine di stato tra California e Nevada in località Primm.
Nulla di che, ancora il deserto, un cartello di segnaletica e poi un paio di gigantesche costruzioni che dovevano essere hotel con casinò, (mi sembrava improbabile che qualcuno volesse alloggiare proprio lì) e un gigantesco ottovolante che circondava un albergo!


Veramente assurdo.
Intanto avevamo percorso più di 400 chilometri e la meta si avvicinava, la densità delle costruzioni aumentò e finalmente arrivammo.
Las Vegas sarebbe stata una meta importante di questo viaggio non solo per la visita della città, ma anche per vedere ciò che la circondava.




mercoledì 30 dicembre 2015

Barstow




# 20

Ormai si era fatta l’ora di pranzo e una sosta, anche per distendere un po’ le gambe, fu necessaria. Così per prima cosa riempimmo il serbatoio dell’auto, casomai il distributore avesse chiuso per una pausa e poi scendemmo per andare a mangiare qualcosa.

A proposito della priorità benzina-cibo piuttosto che viceversa, mi tornò in mente un’altra situazione che avevo vissuto anni prima, percorrendo una strada poco trafficata della Florida, quando incontrai una minuscola stazione di rifornimento in mezzo al nulla, la cui insegna evidenziava “Gas & Food”, ovvero rifornimento e cibo.
Questa cosa mi aveva divertito perché avevo pensato che nell’insegna fosse contenuto un messaggio che cercasse di umanizzare la propria auto, nel senso che, tanto gli umani avevano bisogno di acqua e cibo, quanto le loro auto di benzina, tipico di uno stile di vita trascorso “On the Road”, praticamente in simbiosi con il proprio veicolo.
“Chissà” pensai “forse è un vecchio retaggio di quando gli spostamenti sulle strade polverose si facevano a cavallo ed il rifocillare gli animali era probabilmente persino più importante delle priorità umane.”
Il fatto stesso che proprio in quel momento questo pensiero mi attraversò la mente, significava che la logica benzina-cibo e non il contrario, non era poi così astrusa: del resto, alla peggio, noi avremmo potuto tirare sera senza mangiare, ma l’auto non ci avrebbe mai condotti a destinazione senza benzina.

Bastò aprire lo sportello della vettura per essere aggrediti dal caldo e constatare la differenza di clima rispetto all’interno ben condizionato del veicolo.
Il sole delle 13, alto nel cielo, infuocava l’asfalto, ma non m’impedì di impugnare la macchina fotografica per scattare qualche foto.
Certamente non era la prima volta che vedevamo un Mc Donald’s, ma questo era proprio originale e ben contestualizzato.
La vecchia torre della stazione ferroviaria, il contenitore dell’acqua che una volta si usava per riempire le caldaie delle locomotive e persino alcune carrozze ferroviarie erano state trasformate in siti Mc Donald’s.
L’idea forse appariva un po’ kitsch e anche irriguardosa nei confronti della storia di Barstow, però riuscì a farci sorridere; del resto la capitale del kitsch e di molto altro (Las Vegas) non era lontanissima e chissà, forse queste erano proprio le prime avanguardie.
Entrammo nel centro commerciale che era attrezzatissimo, al suo interno non mancavano i negozi di ristorazione asiatica, americana e sudamericana.
Gente ovunque e tanta, ci chiedemmo da dove venissero tutte queste persone, ma poi considerammo che, oltre ad essere l’ora di pranzo, all’esterno erano parcheggiati parecchie auto e pullman e che Barstow, come avevamo immaginato, era una tappa pressoché obbligatoria.
La cittadina è quasi equidistante da Los Angeles e da Las Vegas e poi l’Interstate 15 è l’unica strada che unisce le due città.
Terminato il pranzo ripresi il volante, ma ci volle un po’ di tempo prima che l’interno dell’abitacolo tornasse ad una temperatura confortevole, tuttavia quel po’ di preoccupazione che avevamo prima della sosta si era sciolto ed eravamo pronti a percorrere la traccia d’asfalto che da qui in avanti sembrava essere ingoiata dal deserto.
Presto incontrammo un cartello che indicava la prossima uscita come l’ingresso alla riserva nazionale del deserto del Mojave; pensai che ci volessero un coraggio pazzesco e una preparazione fisica e mentale non indifferenti per abbandonare l’autostrada e addentrarsi nel deserto.
Questo pensiero mi fu indirettamente confermato quando poco più avanti, lungo il percorso, vedemmo dei cartelli che invitavano gli eventuali automobilisti che si fossero trovati in “panne“ a non abbandonare l’autostrada per recarsi a cercare aiuto, ma di attendere i soccorsi sul posto perché in caso contrario, tra animali velenosi e rischio di disidratazione, si sarebbero corsi pericoli maggiori che non stando fermi sul ciglio della strada ad aspettare.
Nonostante nel frattempo avessimo recuperato l’ottimismo, capimmo che le nostre perplessità iniziali non erano poi così infondate.
Intanto si procedeva.