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venerdì 12 agosto 2016

Las Vegas - New York-New York



# 30

Le cosiddette cene di lavoro non sono necessariamente un escamotage per mangiare, bere e basta.
Da sempre si sa che a tavola si risolvono mille problemi semplicemente perché, dopo aver mangiato, si è più rilassati, più ottimisti e quindi più concilianti.
Nel nostro caso, dopo avere trascorso una giornata tra la Hoover Dam ed il fiume Colorado a Willow Beach, a tavola abbiamo preso la decisione sul discorso del Grand Canyon che avevamo lasciato in sospeso.
Sarà a causa dell’entusiasmo di avere vissuto una giornata forse irripetibile, ma ci siamo convinti che percorrere i 250+250 chilometri di strada da Las Vegas al Grand Canyon West siano un’esperienza da provare.
Non sappiamo se l’avventura andrà a buon fine ma, in ogni caso, acquisiremo conoscenza utile per un’altra volta.
Cenare è stato utile anche per stare seduti al fresco dopo una giornata trascorsa con un caldo estenuante, così quando usciamo non abbiamo voglia di rintanarci subito in albergo, per cui c’incamminiamo lungo la Strip.
Las Vegas di sera è qualcosa di veramente magico, le insegne degli alberghi, delle pubblicità, delle attrazioni ti abbagliano letteralmente, sia negli occhi che nella mente.
Un brulicare di persone di tutte le età, lungo i marciapiedi della Strip, che sembrano essere uscite dalle loro tane come gli animali notturni che di notte vanno a caccia, ma constatiamo che ci sono anche molte famiglie che semplicemente trascorrono qui le loro vacanze.
In ogni caso, qualsiasi sia il motivo del tuo soggiorno a Las Vegas, passeggiare lungo la Strip è entusiasmante e una cosa che tutte le famiglie fanno è entrare nei numerosi alberghi a tema, dentro ai quali puoi accedere liberamente anche se alloggi da un’altra parte.
Ciascuno ha la propria caratteristica, le proprie luci, l’architettura, gli sfarzi, i bar, i locali dove si danno spettacoli e l’immancabile sala giochi.
Davanti a noi in questo momento c’è il New York-New York.
Posto all’altezza di Tropicana Avenue, l’hotel, con più di 2000 camere, riproduce lo skyline di Manhattan.
Il complesso è formato da una dozzina di grattacieli colorati fra cui uno che rappresenta l’Empire State Building e all’ingresso si trova la riproduzione del Grand Central Terminal, la famosa stazione ferroviaria terminale di Manhattan.








Non manca la riproduzione della statua della Libertà: è alta 46 metri, circa in scala 1:2 rispetto all’originale.
Dalla strip si accede al casinò attraverso la riproduzione del ponte di Brooklyn, realizzato in scala 1:5 e poi troviamo una piscina, che rappresenta la baia, dentro la quale è immersa un’imbarcazione dei Vigili del Fuoco newyorkesi con tanto di cannoni spara-acqua attivi.
Ad incorniciare tutto ciò ci sono delle montagne russe (il Roller Coaster), alte 60 metri con un dislivello di 43, che lanciano i convogli in picchiata a 105 km/h.
Nell’interno invece ci sono beauty-farm, piscina, negozi per lo shopping, bar, ristoranti, casinò da 7800 metri quadrati, più un parco da 1800 slot machine.
Se tutto questo non basta e si cercano emozioni più goderecce, per gli adulti c’è lo spettacolo “Zumanity”, uno show-cabaret imperniato sull’esplorazione della sessualità umana realizzato da “Cirque du Soleil”: un mix tra ballo, sensualità e abilità acrobatiche.










Tutto questo insieme è il New York-New York; visto di sera è abbagliante per le sue luci e per gli stimoli che sa offrire, ma anche di giorno è possibile apprezzarlo, soprattutto dall’esterno, per le sue caratteristiche architettoniche così particolareggiate e fedeli il più possibile alle proporzioni e ai dettagli delle costruzioni originali che riproducono.
Una visita seppur limitata a questo complesso alberghiero è sufficiente a farti capire perchè Las Vegas ha così tanto successo nel mondo e sebbene il New York-New York sia tra i complessi alberghieri più rappresentativi di questa città, ce ne sono altri allo stesso livello, o ancora di più.
E poi ancora, qui si esagera davvero!



lunedì 6 giugno 2016

La visita alla Hoover Dam - 2



# 28

…Da qui si vede il fiume Colorado le cui acque blu scorrono in fondo fra le pareti del Black Canyon, quindi mi affaccio meglio e noto che i circa 200 metri di altezza, che mi separano dal fiume, fanno un po’ meno paura di quanto immaginassi a causa delle pareti non proprio verticali della diga e poi anche perché le mie mani sono ben salde sul parapetto; lo spettacolo ad ogni modo è da mozzafiato.
Sul fondo della diga si vedono gli edifici della centrale elettrica che sorgono uno per ciascuna sponda ed il turbinio del fiume lascia intuire quanta acqua stia facendo funzionare i giganteschi generatori elettrici.
Mi vengono un po’ di vertigini  quando sposto gli occhi dal fondo del canyon verso l’alto: due cantieri edili, situati su ciascuno dei due semiarchi in costruzione e trattenuti alle pareti di roccia con degli stralli provvisori, sono prossimi a congiungere le due sezioni.
Questo sarà l’arco portante che sorreggerà la futura autostrada, (il bypass) i cui estremi sono già visibili a bordo canyon e che transiterà a 270 metri sopra il fiume.
Disposti ad una distanza di circa 300 metri dalla mia posizione e 50 più in alto sono uno spettacolo nello spettacolo.








Quando il ponte autostradale sarà aperto (ottobre 2010) il traffico sarà agevolato e si ridurrà anche il rischio di attentati sulla diga, fermo restando la possibilità di visitarla.
Mentre torniamo sul versante est, dove abbiamo parcheggiato l’auto, quello che si trova in Arizona, camminiamo su un altro ponte che sovrasta un manufatto che appartiene anch’esso alla costruzione della Hoover Dam: lo sfioratore (spillway).
Collocato a qualche metro sotto l’altezza massima della diga, quest’opera (un secondo sfioratore gemello si trova sul versante situato in Nevada) ha lo scopo di non far tracimare l’acqua dalla chiusa stessa nell’ipotesi che il livello del lago fosse troppo alto.
Ciò avviene intercettando l’eventuale eccedenza per confluirla in un canale costruito a “V” che la convoglia qui sotto, dove un gigantesco tunnel di una quindicina di metri di diametro ed estremamente ripido, la scarica ai piedi della diga.
Visto dalla strada, il foro è qualcosa che incute timore, una specie di scivolo gigante, estremo e buio che t’inghiotte nelle viscere della montagna, a maggior ragione se lo si confronta con le dimensioni delle auto che transitano sul ponte sovrastante.







Con un pizzico di fantasia non è difficile immaginarlo pieno di acqua che s’incanala qui dentro, con una pendenza iniziale quasi verticale ed una forza inaudita.
Fortunatamente questa circostanza si è verificata solo due volte: una nel 1941, in occasione di un test e una nel 1983 a causa di inondazioni.
Pur avendo funzionato a dovere fin dall’inizio, gli sfioratori sono stati leggermente modificati, lisciando a specchio il cemento, per evitare i danni dovuti all’abrasione e soprattutto i fenomeni di cavitazione, cioè la formazione di bolle di vapore che implodono con forza esplosiva e che possono danneggiare i materiali attigui.
Sono stati introdotti anche dispositivi che rallentano e riducono la portata dell’acqua.
Per avere un’idea delle forze in gioco, basti pensare che l’acqua percorre il tunnel dello sfioratore ad una velocità che può raggiungere le 120 miglia/ora (circa 190 km/h) con un flusso massimo di 5.700 metri cubi /s, cioè più di tre volte la portata media del fiume Po alla foce.
Numeri esagerati, ma degni di un’opera incredibile per genio, tecnologia e bellezza che richiama oltre un milione di visitatori all’anno più quelli in transito.


  

lunedì 16 maggio 2016

La visita alla Hoover Dam




# 27

Intanto, mentre con l’auto percorriamo prima la highway 95 e poi la 93, ci lasciamo in fretta alle spalle Las Vegas, pur constatando che è molto espansa in ogni direzione e consideriamo che, più ancora che per l’energia elettrica, la città in buona parte dipende dai rifornimenti idrici che derivano dal bacino formato a monte dalla Hoover Dam.
Pochi decine di minuti dopo raggiungiamo Boulder City: non ha più nulla a che fare con quella cittadina fondata apposta per accogliere le maestranze occupate alla costruzione della diga, anzi, stupende villette, basse, ordinate, costruite sul declivio naturale che conduce al lago, la rendono un luogo residenziale molto accogliente anche per il suo scenario.






Attraversiamo alcune vie e vediamo prati coltivati ben tenuti davanti alle case, anche qui il deserto ha dovuto compiere un passo indietro per mano dell’uomo e del suo lavoro.
Sullo sfondo vediamo il lago Mead: questo è il nome del bacino creato dallo sbarramento della diga di Hoover sul fiume Colorado.
Si presenta molto allungato, vagamente a forma di Y, ha una superficie poco meno ampia del doppio del lago di Garda e, a causa di un profilo molto irregolare determinato dalle numerose vallate allagate, ha uno sviluppo costiero maggiore di 1.000 chilometri.
Oltre alle funzioni per le quali fu realizzato, ora è anche utilizzato come area ricreativa e luogo di vacanze, qualcosa di enorme, sicuramente all’altezza di un opera come la Hoover Dam.
Non trascorrono molti minuti quando la highway s’interrompe costringendoci ad un percorso tortuoso: è il segnale che stiamo arrivando alla diga. (Ricordo che il racconto si riferisce all’anno 2009, quando il bypass autostradale era ancora in costruzione)
I rallentamenti sono inevitabili, un po’ per la strada con molte curve che raggiungerà la diga, un po’ per il traffico e un po’ perché la Polizia, anche se con discrezione, dà un’occhiata alle auto in transito, senza fermarle, perchè la Hoover Dam è considerato un obiettivo a rischio dopo gli attentati dell’11 settembre 2001 alle torri del World Trade Center di New York e al Pentagono.
La strada, che da queste parti unisce lo stato del Nevada con l’Arizona, in questo momento transita proprio sopra la diga che, oltre al resto, assume la funzione di ponte.
E’ facilmente intuibile cosa significherebbe un attentato qui.
Finalmente la raggiungiamo e inevitabilmente, come tutti, durante il transito rallento ulteriormente, sia per motivi di traffico, sia per dare una prima occhiata attorno, anche se non si vede molto.
Il suo attraversamento sancisce anche il nostro ingresso nel terzo stato che tocchiamo in questo viaggio: l’Arizona, facilmente soprannominato come il Grand Canyon State.
Parcheggiamo l’auto e scendiamo per andare a vedere questo luogo con i nostri occhi.
Basta aprire la portiera per far “sciogliere” un po’ del nostro entusiasmo: nonostante qualche nuvola, siamo attorno a mezzogiorno e l’aria è rovente; percorriamo all’indietro poche centinaia di metri attraversando la diga a piedi fino a raggiungere il palazzo della mostra, collocato nel territorio del Nevada, dove un termometro indica già 41 gradi.

  
Vediamo una scultura dedicati agli “high scalers” (operai scalatori di quota) e comincio a capire cosa abbia significato lavorare qui con martello, piccone, dinamite e cemento, soprattutto in fondo al canyon dove le temperature sono anche molto più alte.


Percorriamo il marciapiedi sul lato nord-est e abbiamo la vista del lago Mead, o almeno di quella piccola frazione che si scorge.
Si nota subito che, fino ad una certa altezza, le rocce che costituiscono le sue sponde sono bianche, segno che in questo momento le acque del lago sono più basse rispetto alla soglia del massimo livello.
In ogni caso, un po’ la stagione, un po’ la siccità, un po’ l’evaporazione, ma soprattutto il consumo d’acqua per le varie attività, (energia elettrica compresa) producono l’effetto che il fiume Colorado, come immissario, non sia sempre in grado di compensare quanto esce dal bacino.
Sempre su questo lato sono visibili le quattro torri che prelevano l’acqua e la conducono alle sottostanti turbine che generano la corrente elettrica.









Ora attraversiamo la strada e ci sporgiamo sul lato opposto, secondo me ancora più spettacolare.



giovedì 28 aprile 2016

Come costruire la diga (Hoover Dam)



# 26

…Sopravvivere non è un termine esagerato se si considera che in quell’area d’estate si superano abbondantemente i 40 gradi (reali, non percepiti) e, per quanto concerne il lavoro, va considerato che non esistevano i sistemi di sicurezza attuali, infatti dalla fase di progetto fino alla realizzazione ultimata vennero contate 112 vittime.
Sulla pericolosità dell’attività si pensi ad esempio che i ripidi pendii del Black Canyon, dentro i quali scorreva il Colorado, dovettero essere preparati per supportare le pareti della diga.
A questo scopo una tipologia di operai, gli “high scalers”, (scalatori di quota) si calavano con delle funi lungo le pareti della gola, praticavano dei fori dove veniva inserita e fatta brillare la dinamite; lo scopo era di togliere le pietre pericolanti e mettere a nudo la roccia viva che costituiva il canyon.
All’inizio i dispositivi di protezione individuale erano assenti o, al meglio, consistevano in cappelli di feltro irrigiditi con la pece e solo successivamente venne introdotto l’uso di caschetti protettivi che comunque non erano sufficienti a riparare adeguatamente i lavoratori dai sassi in caduta.
Grazie a questo lavoro, la diga avrebbe avuto maggiore stabilità in funzione del fatto che la spinta, esercitata dall’acqua nel bacino a monte, sarebbe stata scaricata sulla roccia consolidata.
Fra i numerosi problemi che dovettero essere affrontati, ci fu anche la deviazione provvisoria del Colorado, che venne canalizzato per mezzo di 4 gallerie, in modo da lasciare provvisoriamente all’asciutto il letto del fiume.
Da qui incominciò l’erezione della diga vera e propria: il progetto prevedeva che fosse di tipo ad arco-gravità.
Questo criterio sfruttava il peso della costruzione stessa per renderla stabile sul terreno e la capacità di un arco convesso di potersi comprimere e scaricare sulle pareti delle montagne la pressione idrostatica esercitata dal lago.
Vista di profilo e all’asciutto, doveva assomigliare ad una specie di piramide, molto larga alla base, che si rastremava verso l’alto, generando però un allungamento ad arco sull’asse trasversale.
Un altro problema complesso da risolvere derivò dalla gestione dei più di 3 milioni di metri cubi di calcestruzzo necessario alla realizzazione.
Se da una parte la cifra in sé parla da sola, dall’altra nasconde il problema delle proprietà idrauliche del cemento.
Durante l’indurimento del calcestruzzo, il cemento che lo costituisce è soggetto a reazioni chimiche di idratazione che sviluppano calore.
Senza entrare troppo nei dettagli, (altrimenti si vedano i link riportati) nelle normali situazioni quotidiane ed ambientali, queste reazioni si ritengono esaurite in circa 28 giorni ed il materiale è pronto per ricevere il carico prefissato, ma qui molti parametri non erano consueti.
Si sa che il calcestruzzo è un cattivo conduttore di energia termica per cui, maggiore è il suo volume, maggiore è la difficoltà ad espellere il calore generato dalle reazioni chimiche e ancora, se la temperatura dell’aria circostante è alta, la dispersione avverrà più lentamente.
Gli ingegneri progettisti calcolarono che, in quel luogo e con quelle temperature, se la diga fosse stata costruita con una sola gigantesca gettata di calcestruzzo, ammesso che fosse possibile, ci sarebbero voluti più di 100 anni prima che il composto si stabilizzasse.
Peggio ancora, la “maturazione” esterna sarebbe stata più rapida di quella interna e questo avrebbe causato tensioni dentro al materiale, con rischi di crepe o rotture nel cuore della diga stessa.
Il problema fu risolto impastando il calcestruzzo con acqua fredda e facendo delle gettate in apposite casseforme, di non più di 15 metri di lato e di 1,5 di altezza, sul cui fondo venivano posati dei tubi dentro ai quali scorreva acqua refrigerata da appositi frigoriferi.
Al termine dell’indurimento la serpentina veniva sigillata e usata come armatura.
Con questo metodo si innalzarono 221 metri di diga dal 1931 al 1935, in anticipo di due anni sui tempi di consegna.





lunedì 21 marzo 2016

Imbrigliare l’oro bianco (Hoover Dam)



# 25

Stabilito che per ora dedicheremo la visita di Las Vegas in orario serale, resta da decidere la meta odierna fra le tante possibili.
Incominciamo dalle vicinanze: ad una cinquantina di chilometri da qui c’è la Hoover Dam, la prima diga che ha sbarrato il fiume Colorado.
Già nella seconda metà dell’800 il fiume Colorado con le sue piene causava notevoli danni alle popolazioni che abitavano attorno al suo letto e il controllo del flusso idrico avrebbe risolto il problema.
Solo dopo il 1920 la tecnologia, seppur rudimentale rispetto a quella odierna, permise lo studio per un progetto di sbarramento e di regolazione del flusso fluviale.
Lo scopo della costruzione di una diga era molteplice: prima di tutto sarebbe sì servita al controllo delle piene, ma anche all’irrigazione dei campi, alla navigazione per il trasporto delle merci; poi avrebbe avuto funzione di riserva idrica e di fonte di energia.
Inizialmente venne scelto un luogo più a monte dell’attuale, ma gli studi geologici dell’epoca evidenziarono che il posto si trovava nelle vicinanze di una faglia.
Venne identificato un sito più a valle, in territorio più sicuro, con il duplice vantaggio di ottenere anche un bacino idrico più capiente.
Tuttavia i problemi non erano solo di natura geologica o tecnologica, ma anche politici perché il Colorado segnava il confine tra Nevada e Arizona, però nell’orbita di interesse di questo fiume gravitavano anche i vicini stati della California, Utah con ripercussioni fino al New Messico, Colorado e Wyoming.
Il governo federale nominò un mediatore che aveva il compito di trovare una soluzione che mettesse d’accordo tutti gli interessi e a questo scopo scelse Herbert Hoover, che nel 1922 era segretario al commercio.
Quando fu trovato un compromesso iniziarono i lavori di progettazione.
In fase di progetto si cercò di contenere il più possibile i costi di esecuzione, ma successivamente prevalse l’idea che, trattandosi di un’opera faraonica, non sarebbe stato il caso di risparmiare sulla sicurezza.
Nel 1928, prima dell’inizio della costruzione della diga, avvenne il crollo della diga St. Francis, nelle vicinanze di Los Angeles, che causò centinaia di morti e danni astronomici.
Anche per questa ragione il progetto fu rivisto, vennero introdotte misure di sicurezza aggiuntive e ridondanze sull’affidabilità dell’opera.
I costi maggiorati furono legittimati anche dal fatto che si trattava di un’opera unica al mondo, la prima di quel tipo e quindi l’orgoglio di lasciare ai posteri una realizzazione così monumentale, praticamente indistruttibile, ebbe anch’esso il proprio peso.
Nel 1931 iniziarono i lavori veri e propri, ma già un po’ prima, migliaia di persone, soprattutto disoccupati rimasti senza lavoro dopo la crisi economica del 1929, si trasferirono attorno al sito di costruzione.
La località più grande nel circondario era Las Vegas che in quel periodo contava 5.000 abitanti; posta ad una cinquantina di chilometri in mezzo al deserto era tutt’altro che vicina e facilmente raggiungibile.
Anche il luogo dove sarebbe stata realizzata la diga, nel Black Canyon, non era per niente ospitale: strette pareti di roccia alte più di 200 metri non rendevano facile la movimentazione degli uomini, dei mezzi e dei materiali, per cui furono improvvisate tendopoli, alcune neppure autorizzate.
La costruzione dal nulla di una città che servisse da campo base e alloggi era stata contrattualizzata e pianificata tra governo federale e società committente, ma poiché i lavori della diga incominciarono un po’ prima del previsto, una parte delle maestranze, spesso con le relative famiglie, sopravvissero in qualche modo in attesa che il villaggio ufficiale, Boulder City, fosse concluso.



venerdì 4 marzo 2016

Il primo contatto con Las Vegas



# 24

Prima di tornare al racconto devo dire che questa esperienza risale al 2009, quindi è trascorso parecchio tempo e a Las Vegas il tempo corre molto veloce, al punto che può succedere che oggi costruiscano un albergo e dopo alcuni anni si decida di rifarlo per motivi vari: qualche carica di dinamite ben piazzata e boom.
Un’esplosione controllata, calcolata al millesimo di secondo e al grammo di esplosivo usato, spettacolare anch’essa al punto che non manca mai qualche televisione pronta a riprendere e trasmettere l’evento; poi l’edificio viene fatto implodere, le macerie sgomberate e di lì a poco un’altra costruzione lo rimpiazzerà, anche questo in fondo è show business.
Queste cose non sono fantasie, ma è quello che succede in una città particolarmente dinamica come questa, per cui ciò che scriverò riguarderà la mia esperienza personale avvenuta in quel periodo, una specie di fotografia scattata in quella data, raccontata anche con le parole, che forse in futuro diventerà una fra le tante testimonianze storiche.
Lasciamo l’autostrada e ci buttiamo nel traffico cittadino.
Forse sarà a causa della stanchezza e del caldo torrido, del clima talmente secco che neppure ti fa sudare tanto ti asciuga ma, nonostante sia ancora giorno e quindi le famose luci della città non diano ancora spettacolo, vediamo costruzioni immense, alberghi esagerati.
Pur senza prenotazioni, ci sistemiamo in fretta, è quasi ora di cena, ma prima decidiamo di prenderci un momento di relax, anche se intanto i pensieri in testa su come organizzare i prossimi giorni in cui soggiorneremo qui si accavallano.
Poi usciamo, senza auto perchè di strada ne abbiamo già percorsa parecchia, una passeggiata dovrebbe rilassarci un po’.
Quasi non ci crediamo: siamo sulla Strip di Las Vegas, ma il calore smorza subito l’entusiasmo.
39 gradi sono tanti, confidiamo sul fatto che tra poco il sole tramonterà e questo, soprattutto in un clima desertico, dovrebbe abbattere la temperatura.
Qui siamo lontani dal clima oceanico di Los Angeles o Santa Monica e il calore potrebbe fiaccare la nostra resistenza e condizionare la scelta dei luoghi.
Mentre camminiamo vediamo un centro commerciale, ci sembra una buona idea entrare pensando che l’ambiente sarà condizionato e, se sufficientemente grande, potrebbe esserci un ristorante.
Abbastanza grande? Per qualche istante mi sono dimenticato che qui siamo nella culla dell’esagerazione e infatti, appena varcata la soglia, constatiamo che il luogo assomiglia più ad una cittadina.


Il Miracle Mile Shops ci accoglie con un muro di aria fresca e cominciamo a guardarci in giro: non esagero dicendo che ci saranno almeno 200 esercizi commerciali, ma non è solo un insieme di negozi affiancati, ci sono costruzioni a due piani che talvolta richiamano gli edifici coloniali messicani o del sud della California, colori sgargianti e illuminazione abbondante, colorata e ben curata.
Poi, mentre camminiamo, guardiamo in alto e vediamo qualche nuvoletta in cielo, però poco fa fuori era tutto sereno e anche più chiaro….
Ci vuole qualche istante per capire che il cielo che vediamo è artefatto e ce lo conferma il fatto che le presunte nuvole cambiano distanza mentre camminiamo.
Non comprendiamo bene se si tratta di un drappo appeso dipinto, di una proiezione di luci o entrambe le cose simultaneamente.
Poco più avanti vediamo la ricostruzione del fianco di una nave mercantile situata dietro ad alcuni negozi, poi una fontana e successivamente una pozza d’acqua nel cui fondo si vedono migliaia di monetine.



Luci variabili nascoste tra i finti scogli che la recingono, creano riflessi e giochi di colori sulla superficie dell’acqua e mentre guardiamo il laghetto sentiamo il ticchettio della pioggia sull’acqua.
Guardiamo “il cielo” che intanto si è fatto più scuro e capiamo che un impianto di pioggia artificiale, che peraltro non riusciamo a distinguere, fa cadere piccole gocce d’acqua nel laghetto mentre dalla sua superficie s’innalza un piccolo strato di nebbia generato artificialmente.







Qui dentro si potrebbero trascorrere delle mezze giornate alla volta, anche solo per curiosare nei negozi, ma noi siamo entrati alla ricerca di un locale per mangiare e, quando lo vediamo, decidiamo di entrare.
E’ un ristorante hawaiano; uova, carne, pollo, insalate, panini, patatine, pesce, verdura, formaggi, frutta, gelati, frappè, c’è tutto quanto serve, persino il caffè, anche se non il nostro espresso, ma quello americano, molto lungo, comunque buono se lo si accetta come “bevanda” servita nelle walky cup in quantità familiare. (Avete presente i caffè di Leroy Jethro Gibbs e Abby Sciuto, personaggi della serie di telefilm NCIS? Ecco, quello!)
Seduti al tavolo del ristorante qui nel Miracle Mile Shops di Las Vegas, durante la cena, è un buon momento per fare il punto della situazione: fino a questa mattina eravamo a Hollywood e ora eccoci qui a progettare nuovi percorsi.
Sono troppe le cose che vorremmo vedere in questi giorni, ma decidiamo che Las Vegas sarà il luogo dal quale ci sposteremo a raggiera, sarà la nostra base e, considerata la temperatura e il fatto che la città è particolarmente spettacolare di sera, durante il giorno visiteremo nuove mete.
Siamo soddisfatti, continuiamo la visita del centro e, poco prima di uscire, vediamo l’ingresso del casinò.
Macchinette di tutti i tipi coloratissime ed ammiccanti che ti invitano a sederti per tentare la fortuna.
Può essere un’esperienza anche questa, ma non ora, dobbiamo fare qualche cosa di più importante e necessario: andare a dormire :-)