martedì 16 febbraio 2016

Las Vegas - Valutazioni



# 23

Nel post precedente ho raccontato brevemente la storia di Las Vegas, ora invece desidero esporre delle valutazioni oggettive, ma anche di carattere personale, maturate durante e dopo il mio soggiorno.
Eccoci finalmente a Las Vegas; finalmente perché il viaggio da Hollywood a qui non è stato brevissimo, (450 chilometri) finalmente perché l’attraversamento del deserto del Mojave, pur compiuto in autostrada, è stata un’esperienza nuova che ci aveva un po’ impressionati e finalmente perché questa città è uno dei luoghi che avremmo gradito visitare durante questa vacanza californiana.
Beh, in realtà, geograficamente parlando, Las Vegas si trova in Nevada e questa cosa mi fa già sorridere pensando che il Nevada deve il suo nome alla Sierra Nevada (la catena montuosa solitamente innevata situata nel nord-ovest di questo Stato), mentre qui ci troviamo nel bel mezzo di un torrido deserto.
Un apparente controsenso ulteriormente evidenziato dal fatto che Las Vegas è traducibile con “I Prati o terreno fertile coltivabile” eppure, proprio come in una piccola oasi, qui esistevano dei prati e del verde in generale, tenuti in vita dalle acque di falda che affioravano in questa zona.
Certo che quello che appare agli occhi di noi turisti che stiamo giungendo qui per la prima volta, non ha nulla a che vedere con i prati.
Chi dice che Las Vegas si ama o si odia, ma non lascia indifferenti, ha ragione.
A prima vista tutto sembra estremo, assurdo, eccessivo, contraddittorio, strano, inusuale, talvolta anche kitsch; però se cose che potessero sembrare di cattivo gusto, come per esempio un’accozzaglia di stili architettonici non originali che convivono, sono copiati, estremizzati, curati nei minimi particolari senza badare al risparmio, ma puntano alla spettacolarità e alla bellezza di ciò che il visitatore vede, allora persino il kitsch diventa un pregio, o comunque la caratterizzazione di qualcosa e in questo caso si rivela una fra le molte peculiarità della città stessa.
Esemplificando, se io fossi in grado di scolpire la Pietà di Michelangelo uguale in tutto e per tutto all’originale, certamente non avrebbe il valore artistico dell’opera esposta in Vaticano, tuttavia, in mostra a dovere, farebbe sicuramente una bella figura.
Secondo me Las Vegas è un po’ questo, i detrattori la accusano di non avere talenti originali e gli estimatori sostengono che proprio l’insieme di una miriade di situazioni di questo tipo determinano la caratteristica e l’originalità del luogo stesso, senza contare la spettacolarità indiscutibile dell’illuminazione, delle scenografie, delle attrazioni o delle sale da gioco.
Personalmente io appartengo alla categoria degli estimatori, sicuramente più numerosa, diversamente non si spiegherebbero le decine di milioni di turisti all’anno che l’affollano.
Talvolta chi non l’apprezza, lo fa per motivi culturali (ad esempio pensando in senso dispregiativo: ”E’ la classica americanata”) o per motivi pseudo-perbenistici o religiosi (è difficile cancellare del tutto la vecchia immagine di “Città del Peccato”) eppure tutti siamo convinti che negli ultimi decenni la nostra Società è molto cambiata: usi, costumi e comportamenti umani hanno subìto trasformazioni profonde, arrivando a tollerare o normalizzare cose che pochi decenni fa erano tabù.
Meglio o peggio? Non voglio giudicare, ma mi limito ad osservare la realtà.
Pensate ad esempio alle sexy commediole cinematografiche che si vedevano in Italia negli anni ’70, o al linguaggio pulito, senza alcuna parolaccia, che era usato in televisione.
Allora, in TV quei filmetti non potevano essere trasmessi perchè la censura li bloccava, ma oggi non è più così e nessuno si scandalizza; al limite vanno in onda in fascia oraria protetta.
Al cinema c’è di tutto, in televisione si dice qualsiasi cosa con linguaggio anche molto colorito e su internet ancora di più.
Las Vegas, negli anni, ha mantenuto il suo modo di essere, addirittura ha cercato di ripulire un po’ la propria immagine.
Probabilmente decenni fa era troppo in anticipo rispetto a quei tempi e forse anche questo è fra i motivi del suo successo: ad uno sviluppo sociale e di costume, non proprio ineccepibili, è seguita una normalizzazione avvenuta con l’evoluzione della società e con la mediazione della propria identità.
Sono convinto che, nonostante eventuali e più o meno giustificati biasimi, Las Vegas abbia il merito di non avere peccato di ipocrisia.






venerdì 29 gennaio 2016

Las Vegas - Storia




# 22 

Las Vegas fu ufficialmente fondata nel 1905, anche se i pionieri Mormoni costruirono qui un forte attorno al 1850 che fu il primo nucleo moderno da cui partì la crescita.
Trovandosi nel bel mezzo del deserto del Mojave, i limiti dell’espansione non dipendevano dallo spazio disponibile, praticamente sconfinato, quanto dalle risorse idriche ed energetiche.
Terminata la grande depressione del 1929, il primo sviluppo avvenne quando fu legalizzato il gioco d’azzardo nel 1931.
I molti operai che lavoravano al progetto della “Hoover Dam” potevano venire qui a spendere e a giocare grandi quantità di soldi senza contravvenire ad alcuna legge.
Fumo, alcool, donne e gioco d’azzardo furono un richiamo potente, ulteriormente amplificato e mitizzato dal passaparola.
Finita la costruzione della diga aumentò la disponibilità di acqua e di energia; ciononostante attorno al 1940 la città contava circa 8000 abitanti e la vita si svolgeva nel suo centro, attorno a Fremont Street.
Naturalmente, circolando parecchi soldi crebbe l’interesse della malavita organizzata e, nel 1945, l’organizzazione mafiosa delle “Famiglie della East Coast” finanziò un criminale dell’epoca, Bugsy Siegel, per la costruzione dell’hotel-casinò Flamingo, col fine di controllare il gioco d’azzardo.
I costi della realizzazione però lievitarono, anche perchè parte dei fondi fu sottratta da Siegel e dalla sua amante; per questa ragione la “Commissione” (organo con poteri decisionali di Cosa Nostra Americana) decretò la sua morte che avvenne nel 1947 per mano di un killer.
Questo episodio fu importante per lo sviluppo dell’attuale Las Vegas perché il Flamingo fu tra i primi hotel ad essere delocalizzato verso la periferia, pochi chilometri a sud e, nonostante i rifacimenti, è il più vecchio fra quelli oggi esistenti.
A questa città intanto era stato conferito l’appellativo di Sin City, (Città del Peccato o Città del Vizio).
Il nomignolo non era immotivato ma, anziché scoraggiare l’arrivo di gente, contribuì anch’esso a pubblicizzare il luogo.
Chi veniva qui per giocare, bere, fare affari ed altro lo faceva con una certa ostentazione, era diventato uno status symbol, la dimostrazione di detenere lusso, mezzi e potere.
Negli anni ’50 divenne un punto di riferimento dello spettacolo grazie alla presenza di celebrità come Frank Sinatra, Dean Martin, Sammy Davis jr.
Poi seguì un primo tentativo di rifacimento dell’immagine, all’iniziò negli anni ’60, quando si cercò di sostituire il termine “gioco d’azzardo” (gambling) con “attività di gioco” (gaming).
Lo scopo era quello di ripulire il volto della città, di toglierle quella nomea associata al malaffare e al vizio che aveva.
Sempre in questo periodo l’area più a sud della città, che comprende anche la località di Paradise e dove era stato costruito l’hotel-casinò Flamingo, cominciò a fare concorrenza al vecchio centro storico.



La zona era collegata a Fremont street per mezzo di un viale lungo alcuni chilometri. (Las Vegas Blv)
Qui, disponendo di maggiore nuovo spazio, era più facile edificare costruzioni più grandi partendo da zero, con criteri più moderni: stava nascendo la Strip, (si dice anche lo Strip) quella striscia di territorio che oggi in pratica è ciò a cui si pensa quando si parla di Las Vegas.
All’idea che si potesse dare un nuovo look alla città, credette in modo particolare il magnate americano Steve Wynn, già figlio di un gestore di locali dove si giocava il Bingo, che a sua volta divenne possessore di quote di locali e proprietario di immobili a Las vegas.
Qui si era trasferito alla fine degli anni ’60 con la famiglia ed era talmente convinto che l’idea di rinnovo potesse prendere corpo, al punto che affermò che presto la Città del Peccato sarebbe diventata un luogo di vacanza per famiglie.
Naturalmente non fu l’unico a costruire a Las Vegas, ma Wynn, alla fine degli anni’80, ottenne finanziamenti immensi attraverso l’emissione di titoli ad alto rischio per l’investitore (junk bonds o titoli spazzatura, come si direbbe oggi) per costruire l’hotel-casinò Mirage, denaro che sperava di restituire in alcuni anni.
In realtà l’azzardo si rivelò un affare colossale e bastò un anno e mezzo per ripagare i creditori tanto il progetto ebbe successo, poi, su quella scia, negli anni successivi venne costruito il Bellagio, ispirato alla omonima splendida cittadina situata nel mezzo del lago di Como.
Da allora la città è cresciuta a dismisura e oggi conta più di 500mila abitanti, che diventano più di 2 milioni se si considera l’area metropolitana.
Se è vero che da cosa nasce cosa, qui, dove tutto è più estremizzato, il concetto vale più che mai: aumento di popolazione, opportunità di lavoro, ma anche facilità a ritrovarsi senza denaro, soprattutto se lo si gioca irresponsabilmente.
Che Las Vegas si sia trasformata in un luogo di vacanza per famiglie, come ipotizzato da Steve Wynn, è un dato di fatto, diversamente non si potrebbe spiegare il record di turisti del 2012 con una presenza maggiore di 40 milioni di visitatori.
Il periodo di crisi, avvenuto dopo il 2008, ha causato recessione anche qui, soprattutto in termini di perdita di posti di lavoro che, nel Nevada, in pochi anni, hanno determinato un tasso di disoccupazione passato da meno del 5% a più del 13%, anche se ora (2016) il peggio è passato e i posti sono stati quasi tutti riassorbiti.
Infatti Las Vegas non è solo una città in cui divertirsi, ma è anche un luogo dove si può trovare facilmente un lavoro nell’ambito dei servizi, proprio per la massiccia presenza di turisti, un’opportunità dove si può inseguire ancora il sogno americano.



  

venerdì 15 gennaio 2016

Da Hollywood a Las Vegas - 2


# 21

La macchina avanzava relativamente lenta rispetto al paesaggio esterno che apparentemente era immutabile.
Avevamo acceso l’autoradio e la musica ci aiutava a far trascorrere il tempo che sembrava persino rallentato.
Ad un tratto iniziò un nuovo brano: Si-, Fa#, La …
Mi fu sufficiente l’arpeggio di chitarra sui primi due accordi per riconoscere “Hotel California” degli Eagles.
“ Su un’autostrada buia e deserta …”, recitava la canzone e intanto incrociai le dita sperando di giungere al traguardo ben prima che facesse buio.
Non mi entusiasmava affatto l’idea che potesse capitare di trovarci in difficoltà, con l’auto guasta in autostrada, con lo scuro mentre stavamo attraversando il deserto del Mojave.
Al di là del testo, poi il mio pensiero si focalizzò sulla musica che mi sembrava la colonna sonora perfetta per questa parte di viaggio.
Il suo fraseggio musicale così ampio e ripetitivo, ma mai monotono, anzi ben articolato, si addiceva perfettamente alle caratteristiche della strada che stavamo percorrendo e del panorama che ci circondava.
Dopo qualche minuto, il superbo primo piano acustico di chitarra elettrica degli Eagles condusse la musica al termine e un po’ anche i miei pensieri più ansiosi, rassicurandomi sul fatto che non avremmo incontrato l’Hotel California.
Del resto tutto stava procedendo secondo i piani e il deserto attorno a noi non faceva poi così paura.


Visto dall’interno del veicolo, si presentava come una distesa di ghiaia e sabbia ricca di vegetazione diradata, principalmente sottoforma di arbusti bassi e talvolta rinsecchiti che permettevano una visuale di molti chilometri in ogni direzione, anche a causa del basso grado di umidità presente nell’aria.
(Quegli arbusti bassi che si vedono spesso anche nei film western, i Rotolacampo o Tumbleweed, sono quelli che, quando sono secchi e maturi, si staccano dalle radici e il vento fa rotolare in grande quantità, anche per chilometri, permettendo loro di rilasciare i semi durante il percorso.
In questo modo la pianta è in grado di riprodursi, ma il loro accumulo ed il transito veloce sulle strade causa seri problemi di traffico.)
Raramente qualche nuvola copriva momentaneamente il sole, l’aria bollente di tanto in tanto causava quelli che vengono chiamati i “Dust Devil”, ovvero dei polveroni di sabbia a sviluppo verticale che si sollevavano dal suolo roteando su se stessi, dei piccoli tornado che si formano a partire dal basso, solitamente innocui.


Più tardi un cartello indicò l’uscita per un ex centro di sorgenti minerali e ora Centro Studi del Deserto: era invisibile dalla strada e del resto anche il suo nome, Zzyzx, sembrava garantire l’anonimato e l’incognita, eheh (si fa fatica a credere che esista un posto con questo nome, eh? Provate a cercarlo!)
Un’altra cosa panoramicamente interessante fu vedere che, ad un certo punto e percorsa un’ampia curva, l’autostrada a doppia carreggiata scendeva a pendenza costante, non in modo ripido, ma progressivo lungo un percorso perfettamente dritto.
Al termine della discesa c’era un’interminabile salita.
D’istinto presi subito nota del chilometraggio e chiesi di scattare una foto.


La discesa sembrava non terminare mai al punto che mi veniva voglia di accelerare un po’ perché sembrava che fossimo fermi.
Raggiunto il fondo incrociammo la parte terminale di una vallata tanto ampia quanto arida: era l’estremità sud della Valle della Morte; un nome, un programma, però l’idea di una visita, anche se non approfondita mi stuzzicava parecchio.
Terminata la risalita ricontrollai il contachilometri: indicava che avevamo percorso oltre 12 miglia, circa 20 chilometri, in più di 10 minuti.
Non avevo mai percorso un rettilineo così lungo formato solo da una discesa ed una salita per di più a pendenza costante.
Il viaggio proseguì tranquillo finchè raggiungemmo il confine di stato tra California e Nevada in località Primm.
Nulla di che, ancora il deserto, un cartello di segnaletica e poi un paio di gigantesche costruzioni che dovevano essere hotel con casinò, (mi sembrava improbabile che qualcuno volesse alloggiare proprio lì) e un gigantesco ottovolante che circondava un albergo!


Veramente assurdo.
Intanto avevamo percorso più di 400 chilometri e la meta si avvicinava, la densità delle costruzioni aumentò e finalmente arrivammo.
Las Vegas sarebbe stata una meta importante di questo viaggio non solo per la visita della città, ma anche per vedere ciò che la circondava.




mercoledì 30 dicembre 2015

Barstow




# 20

Ormai si era fatta l’ora di pranzo e una sosta, anche per distendere un po’ le gambe, fu necessaria. Così per prima cosa riempimmo il serbatoio dell’auto, casomai il distributore avesse chiuso per una pausa e poi scendemmo per andare a mangiare qualcosa.

A proposito della priorità benzina-cibo piuttosto che viceversa, mi tornò in mente un’altra situazione che avevo vissuto anni prima, percorrendo una strada poco trafficata della Florida, quando incontrai una minuscola stazione di rifornimento in mezzo al nulla, la cui insegna evidenziava “Gas & Food”, ovvero rifornimento e cibo.
Questa cosa mi aveva divertito perché avevo pensato che nell’insegna fosse contenuto un messaggio che cercasse di umanizzare la propria auto, nel senso che, tanto gli umani avevano bisogno di acqua e cibo, quanto le loro auto di benzina, tipico di uno stile di vita trascorso “On the Road”, praticamente in simbiosi con il proprio veicolo.
“Chissà” pensai “forse è un vecchio retaggio di quando gli spostamenti sulle strade polverose si facevano a cavallo ed il rifocillare gli animali era probabilmente persino più importante delle priorità umane.”
Il fatto stesso che proprio in quel momento questo pensiero mi attraversò la mente, significava che la logica benzina-cibo e non il contrario, non era poi così astrusa: del resto, alla peggio, noi avremmo potuto tirare sera senza mangiare, ma l’auto non ci avrebbe mai condotti a destinazione senza benzina.

Bastò aprire lo sportello della vettura per essere aggrediti dal caldo e constatare la differenza di clima rispetto all’interno ben condizionato del veicolo.
Il sole delle 13, alto nel cielo, infuocava l’asfalto, ma non m’impedì di impugnare la macchina fotografica per scattare qualche foto.
Certamente non era la prima volta che vedevamo un Mc Donald’s, ma questo era proprio originale e ben contestualizzato.
La vecchia torre della stazione ferroviaria, il contenitore dell’acqua che una volta si usava per riempire le caldaie delle locomotive e persino alcune carrozze ferroviarie erano state trasformate in siti Mc Donald’s.
L’idea forse appariva un po’ kitsch e anche irriguardosa nei confronti della storia di Barstow, però riuscì a farci sorridere; del resto la capitale del kitsch e di molto altro (Las Vegas) non era lontanissima e chissà, forse queste erano proprio le prime avanguardie.
Entrammo nel centro commerciale che era attrezzatissimo, al suo interno non mancavano i negozi di ristorazione asiatica, americana e sudamericana.
Gente ovunque e tanta, ci chiedemmo da dove venissero tutte queste persone, ma poi considerammo che, oltre ad essere l’ora di pranzo, all’esterno erano parcheggiati parecchie auto e pullman e che Barstow, come avevamo immaginato, era una tappa pressoché obbligatoria.
La cittadina è quasi equidistante da Los Angeles e da Las Vegas e poi l’Interstate 15 è l’unica strada che unisce le due città.
Terminato il pranzo ripresi il volante, ma ci volle un po’ di tempo prima che l’interno dell’abitacolo tornasse ad una temperatura confortevole, tuttavia quel po’ di preoccupazione che avevamo prima della sosta si era sciolto ed eravamo pronti a percorrere la traccia d’asfalto che da qui in avanti sembrava essere ingoiata dal deserto.
Presto incontrammo un cartello che indicava la prossima uscita come l’ingresso alla riserva nazionale del deserto del Mojave; pensai che ci volessero un coraggio pazzesco e una preparazione fisica e mentale non indifferenti per abbandonare l’autostrada e addentrarsi nel deserto.
Questo pensiero mi fu indirettamente confermato quando poco più avanti, lungo il percorso, vedemmo dei cartelli che invitavano gli eventuali automobilisti che si fossero trovati in “panne“ a non abbandonare l’autostrada per recarsi a cercare aiuto, ma di attendere i soccorsi sul posto perché in caso contrario, tra animali velenosi e rischio di disidratazione, si sarebbero corsi pericoli maggiori che non stando fermi sul ciglio della strada ad aspettare.
Nonostante nel frattempo avessimo recuperato l’ottimismo, capimmo che le nostre perplessità iniziali non erano poi così infondate.
Intanto si procedeva.











venerdì 11 dicembre 2015

Da Hollywood a Las Vegas


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(Precedente narrativo            # 18)


# 19

Dopo aver trascorso qualche giorno a Hollywood ed aver visitato un po’ i dintorni era giunto il momento di cambiare aria, nel senso letterale del termine: da un’aria oceanica, mite anche in piena estate, ad un clima desertico.
Risentivamo della stanchezza di ieri, giornata trascorsa a Disneyland, ma il pensiero della nuova meta da raggiungere, il Nevada e precisamente Las Vegas, ci galvanizzava.
Come tutti ne avevamo sentito parlare più volte: chi ne parlava bene, chi male, però nessuno aveva mai mostrato indifferenza.
Un conoscente che l’aveva visitata pochi anni prima mi aveva profetizzato:” Ti potrà piacere oppure no, ma è uno di quei posti che, almeno una volta nella vita, vanno visti.”
Avevamo noleggiato la macchina apposta per muoverci e non sarebbero stati certamente i 450 chilometri che separano Hollywood da Las Vegas a fermarci.
Per dirla tutta un minimo di perplessità c’era.
Da una parte l’idea di una meta e un’esperienza nuova, dall’altra la consapevolezza che, anche se per mezzo di un’autostrada, avremmo dovuto attraversare il deserto del Mojave auspicando di non incontrare difficoltà durante il tragitto.
Ci avevano suggerito di avere con noi il pieno di benzina e acqua potabile, non tanto da bere durante il viaggio, quanto per sicurezza nel caso in cui avessimo avuto problemi con la vettura.
Quest’ultima era anche la mia principale preoccupazione non solo per un eventuale ritardo sulla tabella di marcia, ma anche perché ci sarebbero volute molte ore per ricevere i soccorsi restando sotto un sole particolarmente caldo.
Sapevamo che a metà strada avremmo incontrato una cittadina, Barstow, ultima località prima attraversare il nulla su un nastro di asfalto.
Così partimmo e neppure troppo di buon mattino.
Ormai ci eravamo abituati ad una densità di popolazione molto alta, autostrade che attraversavano Los Angeles in lungo e in largo, fino a 10 corsie per carreggiata (comprese quelle di accelerazione), gente ovunque, traffico intenso ma quasi sempre scorrevole e da lì a poco saremmo piombati nel nulla prima di riemergere in una nuova grande città.


Ricordo che man mano percorrevamo i chilometri, si vedeva che attorno all’autostrada le costruzioni diminuivano e l’insegna della Interstate 15 diventava sempre più la nostra bussola.
Il primo assaggio del deserto avvenne poche decine di chilometri prima di Barstow: la sensazione fu quella di chiederci se il percorso fosse esatto, davanti a noi solo l’autostrada e attorno nessuna costruzione.
Finalmente arrivammo a Barstow, una città di 20.000 abitanti le cui origini affondano sia nella disputa del territorio con alcune tribù indiane (fra cui proprio i  Mojave), sia nella ricca storia mineraria del deserto del Mojave dopo che avvenne la scoperta di oro e argento nelle montagne e nelle vallate lì intorno.
Proprio a causa del continuo movimento di minatori e merci, alla fine dell’800 Southern Pacific e Santa Fe Railroad realizzarono dei tracciati ferroviari per collegare la cittadina con il resto del mondo.
La Route 66, già incontrata a Santa Monica e che transita anche per Barstow, doveva essere ancora costruita.
Tornando al nostro viaggio fu veramente un sollievo leggere sulle indicazioni di uscita dell’autostrada la pubblicità di un centro commerciale con la relativa presenza di un  Mc Donald’s e Starbucks.
Ci prendemmo una pausa, metà viaggio era andato.



lunedì 23 novembre 2015

…E infine


Inizio

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# 27

E' arrivato il giorno del rientro ad Edimburgo.
Da Drumnadrochit, costeggiando per l'ultima volta il Loch Ness, andiamo a nord e raggiungiamo Inverness, che significa "foce del fiume Ness"; nei giorni scorsi non avevamo avuto modo di fermarci in questa città e così lo facciamo ora.
Con un po' di fortuna la giornata è più luminosa del solito e questo ci permette di scendere dall'auto in zona centrale per passeggiare sulle sponde del fiume Ness alla ricerca di qualche peculiarità locale.
Non so se sono condizionato dalla conoscenza che Inverness sia considerata tra le prime città più vivibili e felici della Gran Bretagna, tuttavia la prima impressione che colgo è la vista di gente che mi sembra dinamica e rilassata allo stesso tempo.
Certo la bellezza delle sponde del fiume contribuisce a rendere l'insieme più attraente e ne abbiamo ulteriore prova quando raggiungiamo e attraversiamo il ponte pedonale "Greig St. Bridge".
Da qui, buona parte della città prende corpo, le sponde dalle quali i pescatori a volte pescano i salmoni, le chiese e il fiume stesso.
Continuiamo sull'altra sponda fino a trovarci di fronte al Castello; è quello che Shakespeare inserì nella sua tragedia "Macbeth".












Esauriamo un po' superficialmente la visita e riprendiamo l'auto verso la A9 in direzione Edimburgo.
Belle foreste e gli ultimi paesaggi delle Highlands ci accompagnano quasi fino a destinazione, infine raggiungiamo l'Aeroporto di Edimburgo dove, dopo 5 giorni, registriamo di avere percorso più di 1700 km con la FIAT 500 "giallina".
Riconsegniamo il mezzo che ci era diventato ormai familiare e di colpo siamo appiedati.
Il buon vecchio bus, l'"airlink n° 100 Express", sembra che sia lì all'aeroporto di Edimburgo ad aspettarci.
Ormai ci sentiamo "di casa" e poco dopo siamo già a bordo; qualche fermata durante il tragitto e poi la nostra, bagagli in mano, alcune centinaia di metri e finalmente in albergo.
Sembra passata un'eternità da quando abbiamo alloggiato qui alcuni giorni fa e incominciavamo a prendere confidenza con Edimburgo e le sue caratteristiche; ora siamo tornati dove questa avventura è incominciata.
Una sistemazione frettolosa in camera, un'occhiata al menù che ci ricorda la pantagruelica colazione che faremo l'indomani e, poiché c'è ancora tempo, spendiamo le ultime ore rimaste per una nuova visita fuori programma al Royal Mile, al Castello, prima di un saluto ed una cena dal ristoratore che avevamo conosciuto.
Nonostante la stanchezza accumulata, l'adrenalina è ancora a mille e questo ci permette di smaltire la cena, almeno in parte, facendo ancora una passeggiata per la città sfruttando  la luce del giorno che qui, a queste latitudini, nel mese di giugno si protrae fino alle 22.30 circa.



Un'altra giornata intensa è terminata nel migliore dei modi.
Ora è nuovamente mattino, abbiamo un po' di tempo per assaporare la versatile ed abbondante colazione inglese: salsiccia, funghi, pomodoro e bacon, (come parte salata e cucinata) nonché marmellata d'arancia, pane tostato, latte e tanto caffè ci stanno aspettando prima di procedere alle operazioni del check-out dall'albergo e del trasporto verso l'aeroporto da dove, con un doppio balzo, due aeroplani ci condurranno prima ad Amsterdam e poi a Milano.
Più tardi siamo ancora in aeroporto mentre ripercorriamo mentalmente la nostra avventura.
Un bottino gigantesco di esperienza, di cultura, di gusti, di suoni e musica, di conoscenza, di immagini, di fotografie e filmati.
Portiamo a casa una suggestione enorme di ciò che abbiamo visto in questa terra veramente fantastica che è la Scozia, ma anche la consapevolezza di quanto ci sarebbe stato ancora da visitare e da conoscere.
Siamo convinti che qui ritorneremo, quando non si sa, ma i luoghi da visitare e possibilmente da vivere almeno un po', sembrano ancora più numerosi di quando siamo partiti.
Ora che abbiamo rotto il ghiaccio sembra tutto più facile, l'esperienza acquisita servirà da base per un futuro e nuovo entusiasmante viaggio.

Fine.

  

lunedì 2 novembre 2015

Milano EXPO 2015



… e così Milano EXPO 2015 si è conclusa.

Come noto il tema principale e riassuntivo di questa esposizione universale era “Nutrire il pianeta, energia per la vita”.

Parlare in questo blog di numeri, bilanci, oppure argomentare temi come la fame nel mondo, cibi alternativi, uso dell’acqua, diritti alla nutrizione, sostenibilità dello sfruttamento del suolo, biotecnologie, Organismi Geneticamente Modificati  etc. sarebbe impossibile, visto che professionisti competenti per i propri ruoli e giornalisti hanno scritto milioni di pagine in tutto il mondo su queste tematiche.

Mi limito quindi a raccontare qualche impressione personale su questo argomento basata sull’esperienza acquisita.

Nel 2008, a cavallo tra i governi Prodi e Berlusconi, entrambi favorevoli all’assegnazione di EXPO 2015 alla città di Milano, insieme al presidente della regione Lombardia Formigoni e al sindaco  Moratti, fu aggiudicato a Milano questo impegno.

Ricordo proprio in quel periodo le prime indagini conoscitive per appurare l’esistenza dei servizi presenti nell’area assegnata alla costruzione di EXPO, utili come base di partenza per realizzare tutte le infrastrutture urbane (acqua, rete idrica e fognaria, rete stradale…) ed i servizi necessari (rete telefonica, fibre ottiche, energia elettrica, logistica…)

Da lì in avanti il cantiere EXPO si mise lentamente in moto pur contrastato da mille problemi quotidiani, da qualche disagio sopportato dalla città e da coloro che non gradivano la realizzazione di questo progetto.

In ogni caso il 1° maggio di quest’anno si aprì il semestre dedicato all’esposizione.

Che sia stato un successo lo dicono semplicemente gli oltre 21 milioni di biglietti venduti.

Credo che molti, fra coloro che stanno leggendo questa pagina, avranno visitato EXPO 2015 e quindi potranno confrontare il proprio vissuto con le impressioni che ho percepito come visitatore.

Entrare in EXPO per me è stato un po’ come viaggiare fra le varie Nazioni, un viaggio virtuale intorno al mondo, naturalmente non come esserci andato di persona, ma sicuramente in modo più approfondito di quanto si possa capitalizzare leggendo libri o guardando la televisione.

Le code mi hanno scoraggiato nella visita di molti padiglioni ritenuti pregiati, lasciandomi però il tempo di entrare nei siti di nazioni che successivamente ho dovuto cercare sul mappamondo; eppure anche queste mi hanno fatto provare emozioni, fiutare profumi o semplicemente vedere i loro oggetti di artigianato, vestiti o foto e filmati di quegli ambienti.

Passeggiando fra il Cardo ed il Decumano ho visto migliaia di persone di ogni provenienza accomunate dal desiderio e dalla curiosità di scoprire qualcosa di più, non solo su cibo, ma anche sugli usi e costumi di ciascuna Nazione.

Famiglie intere, gruppi di studenti di ogni età, persone singole, disabili in sedia a rotelle, tutti percorrevano avanti e indietro il chilometro e mezzo del Decumano.

Ho visto anche coppie alle quali forse non interessava nulla dei padiglioni espositivi, ma erano lì in un ambiente di portata mondiale che fra qualche tempo entrerà nella storia e semplicemente potranno dire: “quella volta ad EXPO 2015 c’eravamo anche noi e camminavamo mano nella mano”.

Ho visto centinaia di telefonini e tablet sollevati e illuminati mentre riprendevano la rappresentazione dell’Albero della Vita a Lake Arena: di sera erano uno spettacolo anche loro stessi, tutti così orientati a catturare le immagini luminose della performance.

La domanda classica che ti viene rivolta dopo la visita è: “Quale padiglione ti è piaciuto di più?”

La risposta è difficile, tuttavia mi ha molto emozionato il padiglione del Nepal con il suo clima di serenità, di pace e raccoglimento.

Ricordo che alcuni fra i suoi realizzatori dovettero rientrare a casa poco prima del termine dei lavori e dell’apertura di EXPO a causa del sisma catastrofico che capitò in Nepal alla fine di Aprile.

Lo stand che rappresenta la catena dell’Himalaya non era ancora finito e operai bresciani contribuirono in una gara di solidarietà con il proprio lavoro affinchè la Pagoda coi suoi intagli e tutto l’insieme fossero pronti il più presto possibile.

Questa esposizione ha contribuito a rilanciare l’immagine di Milano e dell’Italia nel mondo.

Milano, anche per questa occasione, è stata perfezionata con la realizzazione di opere come la riqualificazione dell’area del Portello e CityLife, o del nuovo Centro Direzionale situato fra l’Isola e le ex Varesine, sede di molti grattacieli che vede in piazza Gae Aulenti l’essenza architettonica e sociale di questo rinnovo.

EXPO ha incentivato anche la realizzazione della linea Metropolitana 5, la Lilla, fiore all’occhiello funzionale, automatico (e aggiungerei elegante) di un sistema di trasporti cittadino che ha condotto milioni di persone in visita all’EXPO e per la città.

La fine di questo evento è allo stesso tempo un nuovo punto di partenza: lo scambio di idee e di informazioni avvenute in questi mesi hanno permesso di redigere la Carta di Milano, un insieme di intenti, base per la nuova sfida mondiale, estremamente ambiziosa, che non riguarda semplicemente la quantità di cibo prodotto nel mondo e la distribuzione, ma anche la qualità, la sostenibilità ambientale e molto altro.

Come ultima nota personale devo dire che se con la chiusura dell’Esposizione molte cose concrete rimarranno, altre mi mancheranno un po’ come lo sciamare dei tanti turisti giunti per l’occasione, ma soprattutto la vista dell’Albero della Vita con le sue luci colorate in movimento che lo vitalizzavano sulle note di “Tree Of Life”, di Roberto Cacciapaglia, colonna sonora dello spettacolo che potevo ascoltare e vedere, almeno in parte di sera e soprattutto in estate seppur in lontananza, quando mi affacciavo alle finestre aperte di casa mia.




Tree Of Life