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lunedì 2 novembre 2015

Milano EXPO 2015



… e così Milano EXPO 2015 si è conclusa.

Come noto il tema principale e riassuntivo di questa esposizione universale era “Nutrire il pianeta, energia per la vita”.

Parlare in questo blog di numeri, bilanci, oppure argomentare temi come la fame nel mondo, cibi alternativi, uso dell’acqua, diritti alla nutrizione, sostenibilità dello sfruttamento del suolo, biotecnologie, Organismi Geneticamente Modificati  etc. sarebbe impossibile, visto che professionisti competenti per i propri ruoli e giornalisti hanno scritto milioni di pagine in tutto il mondo su queste tematiche.

Mi limito quindi a raccontare qualche impressione personale su questo argomento basata sull’esperienza acquisita.

Nel 2008, a cavallo tra i governi Prodi e Berlusconi, entrambi favorevoli all’assegnazione di EXPO 2015 alla città di Milano, insieme al presidente della regione Lombardia Formigoni e al sindaco  Moratti, fu aggiudicato a Milano questo impegno.

Ricordo proprio in quel periodo le prime indagini conoscitive per appurare l’esistenza dei servizi presenti nell’area assegnata alla costruzione di EXPO, utili come base di partenza per realizzare tutte le infrastrutture urbane (acqua, rete idrica e fognaria, rete stradale…) ed i servizi necessari (rete telefonica, fibre ottiche, energia elettrica, logistica…)

Da lì in avanti il cantiere EXPO si mise lentamente in moto pur contrastato da mille problemi quotidiani, da qualche disagio sopportato dalla città e da coloro che non gradivano la realizzazione di questo progetto.

In ogni caso il 1° maggio di quest’anno si aprì il semestre dedicato all’esposizione.

Che sia stato un successo lo dicono semplicemente gli oltre 21 milioni di biglietti venduti.

Credo che molti, fra coloro che stanno leggendo questa pagina, avranno visitato EXPO 2015 e quindi potranno confrontare il proprio vissuto con le impressioni che ho percepito come visitatore.

Entrare in EXPO per me è stato un po’ come viaggiare fra le varie Nazioni, un viaggio virtuale intorno al mondo, naturalmente non come esserci andato di persona, ma sicuramente in modo più approfondito di quanto si possa capitalizzare leggendo libri o guardando la televisione.

Le code mi hanno scoraggiato nella visita di molti padiglioni ritenuti pregiati, lasciandomi però il tempo di entrare nei siti di nazioni che successivamente ho dovuto cercare sul mappamondo; eppure anche queste mi hanno fatto provare emozioni, fiutare profumi o semplicemente vedere i loro oggetti di artigianato, vestiti o foto e filmati di quegli ambienti.

Passeggiando fra il Cardo ed il Decumano ho visto migliaia di persone di ogni provenienza accomunate dal desiderio e dalla curiosità di scoprire qualcosa di più, non solo su cibo, ma anche sugli usi e costumi di ciascuna Nazione.

Famiglie intere, gruppi di studenti di ogni età, persone singole, disabili in sedia a rotelle, tutti percorrevano avanti e indietro il chilometro e mezzo del Decumano.

Ho visto anche coppie alle quali forse non interessava nulla dei padiglioni espositivi, ma erano lì in un ambiente di portata mondiale che fra qualche tempo entrerà nella storia e semplicemente potranno dire: “quella volta ad EXPO 2015 c’eravamo anche noi e camminavamo mano nella mano”.

Ho visto centinaia di telefonini e tablet sollevati e illuminati mentre riprendevano la rappresentazione dell’Albero della Vita a Lake Arena: di sera erano uno spettacolo anche loro stessi, tutti così orientati a catturare le immagini luminose della performance.

La domanda classica che ti viene rivolta dopo la visita è: “Quale padiglione ti è piaciuto di più?”

La risposta è difficile, tuttavia mi ha molto emozionato il padiglione del Nepal con il suo clima di serenità, di pace e raccoglimento.

Ricordo che alcuni fra i suoi realizzatori dovettero rientrare a casa poco prima del termine dei lavori e dell’apertura di EXPO a causa del sisma catastrofico che capitò in Nepal alla fine di Aprile.

Lo stand che rappresenta la catena dell’Himalaya non era ancora finito e operai bresciani contribuirono in una gara di solidarietà con il proprio lavoro affinchè la Pagoda coi suoi intagli e tutto l’insieme fossero pronti il più presto possibile.

Questa esposizione ha contribuito a rilanciare l’immagine di Milano e dell’Italia nel mondo.

Milano, anche per questa occasione, è stata perfezionata con la realizzazione di opere come la riqualificazione dell’area del Portello e CityLife, o del nuovo Centro Direzionale situato fra l’Isola e le ex Varesine, sede di molti grattacieli che vede in piazza Gae Aulenti l’essenza architettonica e sociale di questo rinnovo.

EXPO ha incentivato anche la realizzazione della linea Metropolitana 5, la Lilla, fiore all’occhiello funzionale, automatico (e aggiungerei elegante) di un sistema di trasporti cittadino che ha condotto milioni di persone in visita all’EXPO e per la città.

La fine di questo evento è allo stesso tempo un nuovo punto di partenza: lo scambio di idee e di informazioni avvenute in questi mesi hanno permesso di redigere la Carta di Milano, un insieme di intenti, base per la nuova sfida mondiale, estremamente ambiziosa, che non riguarda semplicemente la quantità di cibo prodotto nel mondo e la distribuzione, ma anche la qualità, la sostenibilità ambientale e molto altro.

Come ultima nota personale devo dire che se con la chiusura dell’Esposizione molte cose concrete rimarranno, altre mi mancheranno un po’ come lo sciamare dei tanti turisti giunti per l’occasione, ma soprattutto la vista dell’Albero della Vita con le sue luci colorate in movimento che lo vitalizzavano sulle note di “Tree Of Life”, di Roberto Cacciapaglia, colonna sonora dello spettacolo che potevo ascoltare e vedere, almeno in parte di sera e soprattutto in estate seppur in lontananza, quando mi affacciavo alle finestre aperte di casa mia.




Tree Of Life




















venerdì 17 ottobre 2014

Arata Isozaki

Arata Isozaki è un nome che ai non addetti ai lavori probabilmente non suggerisce molto, eppure anche in Italia ha raggiunto un grande livello di successo per i numerosi progetti costruttivi dei quali è artefice.

Sto parlando di un celebre architetto giapponese che a Milano è diventato particolarmente noto per via della Torre che porta il suo nome, ancora in fase di realizzazione da parte di CityLife.

CityLife è la società impegnata nella riqualificazione dell’area che, fino ad un recente passato, fu occupata dal polo urbano della Fiera di Milano.

255.000 mq iniziali nel cuore di Milano, poi ampliati a 360.000, che devono essere convertiti in un armonico mix di costruzioni, negozi, servizi, uffici, abitazioni, inseriti in un grande parco cittadino che avrà uno sviluppo complessivo di 170.000 mq.

La Torre Isozaki, progettata anche dall’architetto italiano Andrea Maffei, fa parte di una triade di alti edifici denominati appunto Tre Torri, (da cui il nome della fermata della linea M5 in fase di costruzione che transiterà anche da questa zona) che comprenderanno la Torre Hadid, soprannominata “Lo Storto” (170 metri per 43 piani), la Torre Libeskind, soprannominata “il Curvo” (165 metri per 30 piani) e la Torre Isozaki stessa , soprannominata “Il Dritto”.

Quest’ultima, con i suoi 50 piani e 207 metri dal piano strada, è l’edificio a tetto più alto in Italia.

Ho avuto l’opportunità di poter salire fin sul tetto ed è stata un’esperienza davvero unica, molto emozionante, coinvolgente ed istruttiva.

Anche se in  minima parte, permette di comprendere quanto lavoro, quanta professionalità e competenza, (dal progetto alla logistica, alla costruzione, alla sicurezza), quali sforzi debbano essere compiuti per portare a termine un edificio di questo tipo.

Nonostante una giornata non particolarmente brillante da un punto di vista meteorologico, l’ascesa al tetto mi ha permesso di ammirare il sottostante tessuto urbano di Milano, una città talvolta ferita nella propria antica identità e nella sua storia, ma che ha una gran voglia di rinascere, di svilupparsi, crescere e migliorarsi.

Le fotografie scattate da quassù illustrano una città densa di costruzioni, ma anche attenta ai propri giardini e al verde.

Il nuovo Centro Direzionale visto da qui esprime uno skyline mozzafiato che quasi mette in ombra il vecchio grattacielo “Pirellone”.

Poi, da un angolo inedito, si possono osservare le costruzioni del Duomo e del Castello Sforzesco col Parco Sempione e la sua torre Branca vicina alla Triennale e all’Arena Civica, l’Ippodromo San Siro Milano che si presenta come una gigantesca macchia verde, lo Stadio, l’antico velodromo Vigorelli, il nuovo complesso del Portello con l’annessa Fiera Milano City.

In ultimo, non per bellezza ma solo per ordine cronologico, si può ammirare la storica fontana “Le Quattro Stagioni” in piazza Giulio Cesare, restituita da CityLife alla città di Milano e inserita in un nuovo giardino che sono stati inaugurati  giusto due giorni fa, il 15 ottobre.





















 
Fonti:

venerdì 8 agosto 2014

Riflessi bagnati agli Oh Bej Oh Bej



6 dicembre 2010

Tra i mercatini natalizi esistenti un po' ovunque,  in questo periodo anche Milano mette in mostra le proprie bancarelle alla fiera di Sant'Ambrogio, detta anche degli Oh Bej Oh Bej.
Si tratta di una fiera tradizionale che risale alla fine del tredicesimo secolo in onore di Ambrogio, diventato poi Santo Patrono della città.
Poiché la ricorrenza del Santo avviene il 7 dicembre, questa fiera ha assunto ben presto anche la connotazione di un evento prenatalizio dove milanesi e no curiosano fra la merce esposta.
Dal 2006 la sede dell'esposizione non è più quella classica adiacente alla Basilica di Sant'Ambrogio, ma è stata spostata attorno al Castello Sforzesco per motivi di spazio.
Ieri, infischiandomi di una giornata grigia e fredda che preludeva alla neve, ho deciso di fare una passeggiata girando un po' per le 400 bancarelle, organizzate sotto altrettanti gazebi bianchi disposti su due file.
Le merci erano di tutti i tipi possibili: c'era il classico venditore di "Firun", termine brianzolo che indica la collana di castagne lesse.
Si tratta di castagne lessate, cucite fra di loro tramite ago da calzolaio e spago disposte su quattro file.
Naturalmente andavano forte anche le caldarroste.
I venditori di dolciumi avevano un grande successo, sia che esponessero prodotti tipici della pasticceria lombarda, napoletana o siciliana.
Saltando da un chiosco all'altro sono passato rapidamente dall'antiquariato, all'abbigliamento, ai libri usati, ai vecchi dischi in vinile, agli oggetti in ferro battuto, a quelli in legno, ai quadri, ai fiori freschi o essiccati, agli intagliatori di frutta e all'artigianato in generale.
Nel frattempo, come da tradizione, ha iniziato a piovigginare misto a neve, ma mi sono detto:" Non saranno mica quattro gocce o fiocchi a fermarmi" e così ho proseguito il mio tour senza l'ombrello, ma con la macchina fotografica fra le mani.
Un giro veloce alla Rinascente (troppa ressa), poi in Duomo e quindi di nuovo al Castello.
Nel frattempo era diventato buio e davanti a questa costruzione si era fermata molta gente.
Mentre nell'aria si diffondeva una melodia, sulla facciata del Castello migliaia di piccole lampadine creavano con la luce l'immagine di una tastiera di pianoforte che seguiva la musica.
Voltandomi indietro, oltre la fontana di largo Cairoli vedevo via Dante anch'essa illuminata con dei festoni di luce che cambiavano colore.
L'effetto scenico era bello; persino i fiocchi bagnati che scendevano tra i lampioni e il suolo bagnato che rifletteva i colori delle luci sembravano fare parte di questa scenografia così capace di emozionare.