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lunedì 11 agosto 2014

Nella Taiga



Inizio 




29 giugno2011

Capitolo 10 di 13

La carovana  composta da cinque slitte finalmente si mosse, i  cani correvano e ancora abbaiavano eccitati.

L'inizio del percorso era completamente in piano e si svolgeva lungo un sentiero abbastanza largo attorniato da alberi e arbusti.

Ero immerso nella famosa Taiga, un tipo di foresta nordica costituita prevalentemente da pini, abeti e betulle.

Pochi minuti dopo il sentiero si strinse e cominciò a salire un po'.

I cani rallentarono molto, mi ricordai che gli istruttori ci avevano detto che, nel caso in cui gli animali si fossero fermati, i conducenti avrebbero potuto scendere per alleggerire un po' il carico, senza però perdere il contatto fisico con la slitta.

Gli husky però non si fermarono, anche se intanto smisero di abbaiare, per cui non fu necessario scendere dal mezzo che procedeva ancora ad una velocità più simile alla corsa umana che al passo e in più, a causa dei sobbalzi, dei rami degli alberi che invadevano il percorso e delle curve, avevo la mia difficoltà a schivare gli ostacoli con la testa ed assecondare le curve per evitare il ribaltamento del mezzo.

D'un tratto il paesaggio si aprì ed il sentiero tornò ad allargarsi, un lato del percorso era completamente pianeggiante, senza vegetazione e coperto solo di neve inviolata: avevamo raggiunto la riva di un lago ghiacciato e la stavamo percorrendo.

Volli approfittare di quei momenti per estrarre con una mano la macchina fotografica che cercavo di tenere il più possibile al caldo nelle tasche interne della tuta termica.


Non fu come dirlo: dovetti estrarre un guanto e tenerlo con la bocca, appoggiarmi alla slitta col corpo per non perdere l'equilibrio e tentai un paio di foto.

Mostrai disappunto quando mi resi conto che la luce era praticamente andata e che le foto sarebbero risultate mosse anche a causa delle vibrazioni della slitta nonostante stessi frenando.

I 25 gradi sottozero furono il dulcis in fundo di un quadro fotografico impossibile, tant'è che le batterie cedettero quasi istantaneamente.

Ebbi giusto il tempo di scattare ancora due foto improvvisate, più per documentazione che per immortalare un ambiente che gli occhi, i profumi e il suono ovattato registravano con una suggestione particolare.

Gli husky, instancabili, andavano a briglia sciolta e solo in qualche punto dovetti premere il freno per rallentare la loro corsa.

Ricordo ancora che il cane posteriore a destra, ogni volta che frenavo soprattutto nelle discese, si girava verso di me e avevo l'impressione che volesse chiedermi perché lo facessi, quando lasciavo il freno tornava a guardare in avanti e la slitta accelerava in fretta.

Il tempo passava, la luce scendeva ed il freddo incominciava ad essere insopportabile.


Eravamo quasi alla fine dell'ora prevista per la passeggiata e stavamo già ripercorrendo la strada del ritorno quando mi accorsi che attraverso un occhio vedevo tutto offuscato.

Il passamontagna che indossavo lasciava scoperti gli occhi e parte degli zigomi, la velocità del veicolo acuiva il freddo al punto che, man mano si formavano lacrime, queste non cadevano, ma congelavano formando una pallina di ghiaccio saldamente ancorata alla palpebra che limitava la visione.


Gli ultimi minuti furono difficili perché la vista cominciava ad annebbiarsi anche nell'altro occhio e fu un sollievo quando, terminata la gita, potemmo rientrare nella casa degli husky a bere e mangiare qualcosa.

Il ghiaccio sugli occhi si sciolse velocemente e presi atto di avere anche una corta striscia viola a fianco di una narice che indicava un inizio di ustione da freddo, però lo spirito era a livelli altissimi, eravamo consci di aver vissuto un'avventura indimenticabile.






Continua.
 

A scuola guida di slitte



21 giugno2011

Capitolo 9 di 13

Era la giornata degli insegnamenti.
Dopo le lezioni sommarie di guida alla motoslitta, ora dovevamo imparare a gestire la slitta trainata da una muta di cani.
La slitta poteva contenere fino a due persone sedute, mentre il terzo doveva guidare il veicolo stando in piedi.
Dal lato estremo posteriore sporgevano i due pattini. 
In legno, piuttosto stretti tanto da non contenere in larghezza la sagoma di uno scarpone, erano alti pochi centimetri per cui non escludevano completamente un eventuale urto tra i piedi del guidatore con un'asperità del suolo.


Quella però era la posizione da tenere, ponendo le mani ben aggrappate al bordo superiore della slitta per non essere disarcionati dalle buche o sobbalzi.
In caso di curva ci fu consigliato di spostare il peso all'interno della svolta stessa per evitare il rischio di ribaltamento del veicolo e soprattutto di frenare prima di imboccarla, per non rischiare di perdere il controllo della slitta, rimanendo così appiedati.
"Sì , ma come si frena?" chiese uno dei partecipanti anticipando noi tutti.
"Vedete quella barra metallica tra un pattino e l'altro?, basta salirci con un piede oppure tutti e due se la frenata non è sufficiente" ci disse disinvolto l'istruttore.
Ok, la teoria sembrava semplice e ineccepibile, ma si sa che tra il dire e il fare... ne passa.
Comunque non ci fu molto tempo per indugiare, erano già passate le 14, avevamo già un po' di ritardo e la passeggiata si sarebbe protratta per un'ora.
Arrivò il momento di "accomodarsi" sulla slitta.
I cani abbaiavano all'impazzata, eccitatissimi, scodinzolanti e non vedevano l'ora di partire.
La muta, composta da sei cani, era trattenuta con delle funi affinchè la slitta non si muovesse durante i preparativi.
Mentre salivano i due passeggeri un allevatore montava in piedi, alla guida, con i piedi sul freno (una griglia di metallo a forma di tagliola che mordeva la neve) poi fece montare me insieme a lui sul freno e lui scese.
Un istante dopo la slitta si mosse di qualche centimetro, l'istruttore mi aiutò nuovamente a tenere il freno e mi suggerì di stare in mezzo per avere una forza frenante maggiore, (a scapito però del mio equilibrio) almeno fin quando le slitte non fossero partite.
Ricordo che mi chiesi cosa dessero da mangiare e bere a quei cani.  (la RedBull che ti mette le ali?)
Pensare che pochi minuti prima mi ero impietosito nel vedere quelle minuscole creature esposte a 25 gradi sottozero che avrebbero dovuto trainare una slitta con tre persone a bordo stra-abbondantemente vestite.
Capii che fu un pensiero sbagliato, comunque inadeguato.
In quegli istanti mi accorsi di avere anche un po' caldo, la tensione era alta, ci fu detto di non preoccuparci se fossimo caduti perché gli istruttori ci avrebbero seguito con le motoslitte, pronti ad intervenire all'occorrenza.
Uno alla volta sciolsero i nodi delle funi che tenevano fermi le slitte e la carovana partì. 

Continua.
 

Ulula con gli Husky!


Inizio 

8 giugno 2011

Capitolo 08 di 13


Attraversammo il letto del fiume ghiacciato e innevato, parcheggiammo le motoslitte e fermammo i motori.

Il rombo lentamente si affievoliva nelle orecchie facendo spazio al silenzio irreale dell'ambiente.

Subito dopo realizzai che in sottofondo c'era una consistente quantità di ululati che riempivano l'aria.

Non erano prodotti in sequenza lunga e solitaria come quando immaginiamo un coyote in un deserto che ulula alla Luna, ma erano piuttosto rapidi, tanti e, se non nervosi, sicuramente impazienti.

Presi atto che il nome assegnato al luogo della nostra meta, "Fattoria degli Husky" non poteva essere più appropriato.

Avendoci sentiti arrivare da lontano i cani si erano messi ad abbaiare e ululare perché immaginavano cosa sarebbe successo da lì a poco.

Gli accompagnatori intanto presero atto che, nonostante fossimo infreddoliti, stavamo bene.

Qualche commento a "caldo" fra di noi sull'esperienza e poi ci incamminammo per risalire a piedi l'argine del fiume.

Un paio di centinaia di metri e arrivammo alla sorgente del filo di fumo che avevamo visto in lontananza.

Usciva dal camino di una fattoria dentro la quale una stufa a legna scaldava il tè ed il caffè che poco dopo ci vennero offerti insieme a biscotti e dolci vari.

Ci fu il tempo per accomodarci sulle panche disposte a cerchio attorno alla stufa per scaldarci un po' e dopo mezz'ora circa, abbastanza rifocillati, fummo nuovamente pronti per affrontare i 25 gradi sottozero dell'ambiente esterno.

Una volta usciti, i cani ripresero a farsi sentire con vigore e fummo accompagnati a vedere dove venivano tenuti.

Non sono un intenditore di cani e devo dire che in un primo momento fui dispiaciuto vedere questi animali magri, piuttosto piccoli di taglia.


Non erano tutti di razza Husky, ma visivamente in comune avevano le dimensioni.


Ciascuno viveva a pochi metri dagli altri, vincolato ad una catena che impediva di allontanarsi più di tanto dalla propria cuccia.

Questa era costruita in legno, sollevata da terra e conteneva anche della paglia per mantenere meglio l'isolamento termico.

L'apertura mi sembrava particolarmente stretta, ma poi ci fu spiegato che le dimensioni erano ottimizzate per il migliore comfort, un compromesso tra necessità di spazio e di mantenimento del calore.


Ci fu detto che i cani potevano anche stare fuori dal giaciglio a loro piacere e infatti poco più avanti vidi alcuni animali seduti all'esterno, sulla neve, perfettamente a loro agio nonostante la temperatura estremamente rigida, fieri, impettiti e con gli occhi vispi.


Mi venne da sorridere quando mi ricordai dell'Husky che mia sorella aveva in Romagna, ben pasciuto, che apprezzava piadina, tortelli e lasagne casalinghe, con la paura del buio e che in inverno dormiva in casa perché fuori soffriva il freddo, eheh sicuramente un'altra categoria.

Qualcuno chiese se quegli animali erano in grado di trainare una slitta e il proprietario ci rispose non solo affermativamente, ma anche che quelli che stavamo osservando erano dei corridori.

Cani allevati allo scopo di fare competizione nel traino delle slitte, allenati a percorrere fino ad alcune decine di chilometri al giorno, la loro alimentazione era estremamente curata, così come la salute e l'allenamento che doveva essere mantenuto quotidianamente, proprio come un atleta che si prepara per competere in una disciplina sportiva.

Quando fui a conoscenza di tutti questi particolari quel senso di tristezza e di pena che avevo provato un po' all'inizio sparì, però ora si trattava di passare dalla teoria alla pratica e di vedere sul campo il comportamento di questi Husky atletici. 




Continua.
 

In motoslitta





06 maggio 2011

Capitolo 07 di 13

La motoslitta era una BRP SKI-DOO da 550 cm cubi e 70 CV di potenza, eheh non male come potenza da scaricare sulla neve.

Sicuramente non avrebbe potuto fare le impennate visto che il motore bicilindrico erogava la potenza  su un lungo cingolo centrale.
L'equilibrio era comunque stabile perché due pattini (tipo sci) erano montati nella zona anteriore e sostituivano la ruota, in più, con il loro metro di distanza, avrebbero efficacemente contribuito a sorreggere gli oltre 200 chili a vuoto del veicolo.
L'apripista ci avviò i motori per mezzo dello starter a riavvolgimento , accendemmo le luci, attivammo il riscaldamento delle manopole e fummo così pronti per l'avventura.
Partimmo.
L'acceleratore a leva, anziché a manopola,  necessitò di pochi istanti per prendere confidenza, ma il cambio automatico mostrò da subito il proprio comfort  nella guida.
Il percorso si snodava per poche centinaia di metri sulla  riva destra del Kemijoki, poi raggiungemmo la confluenza con l' Ounasjoki e iniziammo a risalirlo.
Alla confluenza, il letto di questo fiume è largo parecchie centinaia di metri e naturalmente, data la stagione, era completamente ghiacciato e ricoperto dalla neve.
Lo attraversammo e raggiungemmo la riva sinistra.
Qui ci fu una prima sosta per verificare che la carovana non avesse nessun problema, con un occhio particolare ai bambini che erano i più esposti alle intemperie.
Il percorso era di 18 km all'andata e altrettanti al ritorno, le soste furono 4 o 5 e non ci furono problemi particolari se non il fatto che, a quelle temperature, qualche veicolo faticava a tenere il "minimo".
Quando mi si spense la slitta afferrai la fune dello starter, un tiro robusto e il motore ripartiva puntualmente.
Un po' di ginnastica supplementare era la benvenuta, serviva anche per sciogliere un po' i muscoli.
Lungo il percorso incrociammo altre motoslitte, ci salutammo come si usa anche quando si viaggia in motocicletta, rallentammo agli incroci tra le piste che erano segnalati con alcuni cartelli sul tipo di quelli stradali.
Il viaggio era inebriante, per la luce, per l'emozione, per il freddo, per il paesaggio che sembrava un deserto bianco a perdita d'occhio.
Il sole basso sull'orizzonte serviva più da stella polare per i naviganti che come fonte di calore.
In questo ambiente così vasto ti veniva da accelerare: 40, 50, 60, 65... no, troppo!
Le piccole cresposità del suolo diventavano subito ragguardevoli pur aumentando di poco la velocità e il manubrio diventava duro da controllare.
Una rallentata abbassando il gas e si tornava subito in sicurezza.
Dopo circa tre quarti d'ora intravvedemmo un filo di fumo sulla sponda opposta, era la destinazione d'arrivo.
Il freddo incominciava a impossessarci di noi e anche un po' la stanchezza causata dalla tensione per la guida, in più sapevamo che al ritorno avremmo dovuto percorrere la stessa strada probabilmente col buio visto che ora, a mezzogiorno, il sole era già sulla linea dell'orizzonte.
Ero indeciso se gioirne o dispiacermi, in qualsiasi caso ora ci attendeva qualche bevanda calda, molto calda e qualche biscotto, ma non solo!








Continua



Una gita con la motoslitta


Inizio 

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27 aprile 2011

Capitolo 06 di 13 

Ore 11 del 4 gennaio 2011: ritrovo del gruppo davanti al negozio di abbigliamento tecnico.
I meteorologi  due giorni prima l'avevano annunciato: arriveranno correnti di aria polare entro 48 ore.
Non sentivamo certo il bisogno di un'ulteriore razione di freddo visto che qui a Rovaniemi, sul Circolo Polare Artico,  16 gradi sottozero ci sembravano già abbastanza.
Ormai però la meteorologia più che una scienza statistica è diventata scienza matematica, almeno nelle previsioni del tempo a breve distanza.
Così è stato per cui non ci siamo stupiti molto quando il termometro dell'albergo indicava -23 all'esterno.
Il corposo abbigliamento tecnico non bastava più perché la gita prevista in motoslitta ci avrebbe tenuti all'aperto per qualche ora esposti anche al vento dovuto alla velocità e la temperatura al luogo di arrivo era di 25 sottozero.
Neppure nel freezer di casa di solito teniamo temperature così basse.
Con l'eccitazione causata dalla consapevolezza che avremmo vissuto emozioni straordinarie e non facilmente ripetibili entrammo nel negozio che ci fornì dei sottoguanti, un passamontagna, una sciarpa, un casco con visiera ed un gilet da indossare sopra la tuta.
Pochi minuti dopo eravamo già in cammino per raggiungere il vicino noleggio di motoslitte situato sulla riva del fiume Kemijoki.
Un piccolo raduno, una conta dei partecipanti, poi i due accompagnatori, un uomo e una donna, si misero a spiegarci un po' di cose.
Ogni motoslitta avrebbe ospitato due persone, uno alla guida ed uno come passeggero.
Chi non se la sentiva avrebbe potuto viaggiare in compagnia dei bambini in un carro-slitta trainato dalla motoslitta guidata da un istruttore.
Fummo invitati a mantenere la distanza di sicurezza tra un veicolo e l'altro, ad alzare un braccio in caso di problemi, a segnalare la partenza alzando ed abbassando ripetutamente un braccio col pugno chiuso, a rispettare i segnali stradali, a non uscire dal tracciato, a tenere rigorosamente la destra, a rallentare di molto quando avessimo trovato dei dossi o delle cunette e in occasione di incroci "stradali" dove altre motoslitte avrebbero potuto intersecarci, a mantenere una velocità di circa 40 km/ora e comunque non superare i 60.
In caso malaugurato di ribaltamento il veicolo si sarebbe fermato da solo perché avremmo indossato il dispositivo di blocco del mezzo, una fune allacciata alla vita con un moschettone che in caso di caduta avrebbe spento il motore della motoslitta.
Mentre si svolgeva il briefing, (la riunione che ci impartiva le disposizioni) i bambini venivano preparati con ogni cura, data l'ondata di freddo sopraggiunto.
In particolare vennero fatti accomodare sul carro slitta con gli stessi indumenti che indossavano anche gli adulti, in più, visto che erano esposti completamente all'aria, furono coperti a gruppi con delle coperte supplementari con lo scopo di fare da schermo rispetto al vento causato dalla velocità.
Finalmente venne il momento di montare in sella, presi la guida di un veicolo e mi sentii subito a mio agio, come sulla mia Guzzi.





Continua.