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martedì 12 agosto 2014

L'occhio dell'alba

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28 ottobre 2011

Capitolo 13 di 13

Il mattino seguente fortunatamente si presentò con un'altra giornata di sereno.
La temperatura sempre inferiore ai 20 gradi sottozero condizionava le attività umane.
Nel parcheggio vicino all'albergo le auto erano dotate di una specie di "cordone ombelicale elettrico" che le collegava alla più vicina colonnina elettrica allo scopo di tenere in caldo gli organi vitali dell'auto e consentirne la messa in moto.
La cosa che mi divertì fu quando tornai sulla riva del fiume: vidi uno spettacolo apparentemente normale, ma ripensandoci lo trovai bizzarro: la nebbia.
Tutti conosciamo la nebbia, è causata dalla differenza di temperatura e di umidità fra masse d'aria diverse, ma se l'acqua del fiume era sotto lo zero termico perché lastre di ghiaccio e neve ricoprivano quasi l'intera superficie, quanta umidità poteva ancora evaporare dall'acqua?
La risposta era lì, facile ed intuitiva: i circa 20 gradi di differenza tra aria e acqua erano sufficienti a fare condensare la pochissima umidità raccolta dall'aria sopra il fiume sottoforma di microscopici aghi di ghiaccio.
Poi con un po' di sole il fenomeno svanì quasi completamente e il paesaggio si illuminò con i colori della luce artica che mettevano in contrasto le tinte calde del sole con il paesaggio bianco e gelido dell'ambiente.
La vacanza stava terminando, ma restavano ancora alcune ore da dedicare agli acquisti e a "congelare" quella luce speciale tipica di questi luoghi nei giorni attorno a Capodanno del 2011 per mezzo della fotografia.
Ecco credo che la conclusione migliore dei racconti sul viaggio a Rovaniemi sia proprio la visualizzazione dei colori e del paesaggio, un'ultima emozione prima archiviare questa esperienza.






Nota

Con questo post ho concluso il racconto di un viaggio che mi ha particolarmente emozionato e divertito.
Ho scritto questa narrazione in ordine cronologico scrivendo un post alla volta e alla fine sono usciti 13 capitoli che attualmente sono un po' sparsi nel blog.
Chi fosse interessato a leggere tutto l'insieme potrà richiamare l'esposizione completa cercando la tag "Rovaniemi"
o cliccando sui link che ho inserito nei vari brani.

Al di là del racconto e del mio piacere di averlo scritto, forse potrà essere utile a chi desidera progettare un'esperienza di questo tipo.
In ultimo, cosa più importante, grazie a coloro che hanno letto e commentato.

Un simpatico saluto a tutti ^_^

Icio

Oltre 100 gradi



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30 settembre 2011

Capitolo 12 di 13

Terminata la gita con le motoslitte e dopo aver vissuto alcune ore alla temperatura di 25 gradi sottozero, riconsegnammo parte dell'attrezzatura di vestiario, casco compreso, e rientrammo in albergo.

La cosa che in quel momento si desiderava di più non era un letto su cui riposare un'ora prima della cena, ma percepire del calore.

Poiché eravamo in Finlandia, in albergo non poteva certamente mancare la sauna.

La sauna è una pratica diffusissima in Finlandia al punto che c'è una sauna ogni due abitanti.

Detto e fatto, in pochi minuti il mio vestiario era passato da tute termiche, doppi guanti, sciarpa, gilet ad un semplice costume da bagno.

Entrai nel locale adibito allo scopo e superato lo spogliatoio aprii la porta di legno.

Luce tenue, presenti alcune persone, il caldo era intenso, ma all'inizio non particolarmente fastidioso o intollerabile, salii una scaletta e mi accomodai su una panca anch'essa di legno.

Dietro di me un termometro misurava la temperatura: 83 gradi, un'esagerazione.

Mi fece sorridere il pensiero che un paio d'ore prima stavo vivendo le mie esperienze ad una temperatura minore più di 100 gradi di questa, sembrava una cosa impossibile, assurda.

La sauna finlandese è detta anche sauna secca perché nonostante la temperatura dell'aria sia tenuta molto alta, l'umidità invece è molto ridotta.

Questo microclima permette di sudare moltissimo espellendo molte tossine che si accumulano a fior di pelle e alla fine di questa usanza ci si rinfresca con acqua fredda per ridurre la quantità di calore accumulato e per far reagire i vasi sanguinei.

Non ci sono molte controindicazioni, varici e problemi cardiocircolatori a parte, purché si rispetti il tempo di permanenza consigliato che è di circa una ventina di minuti.

Durante questo tempo si sta seduti tranquillamente e la gente conversa, non era il mio caso perché insieme a me c'erano solo russi, tuttavia ci fu modo di scambiare qualche parola  in inglese sulla rispettiva provenienza e su come si stava in albergo.

Intanto qualcuno usciva, qualcun altro entrava e notavo che ad ogni accesso la persona attingeva un mestolo d'acqua preso da un paiolo situato all'ingresso.

L'acqua veniva versata sulle pietre rese arroventate da una stufa elettrica che forniva il calore, strideva ed evaporava quasi istantaneamente.

Il senso di questa manovra è che in questo modo aumenta l'umidità nell'aria e di conseguenza anche la sensazione di calore percepito.

Verificai di persona che un abbondante versamento mi provocava bruciore alle narici e agli occhi  proprio a causa dell'aumento di temperatura percepita e questo effetto si attenuava man mano che passavano i secondi mentre l'umidità si spandeva in modo omogeneo nell'aria.

Mi consolai parzialmente quando notai che anche gli altri frequentatori mostravano lo stesso disagio e così resistetti.

Tra un'asciugata di sudore e l'altra il tempo trascorse in fretta finché, dopo mezz'ora, ritenni di essere "cotto " a puntino.

Per terminare correttamente il rituale c'erano due alternative: la doccia fredda o la piscina.

Visto che oltretutto mi piace nuotare, scelsi la seconda.

Un'andata e ritorno in una vasca d'acqua piuttosto fredda, poi uscii.

Mi sentivo già meglio, molto più tonico e ebbi anche la sensazione che mi fosse passata la stanchezza, ma a discapito della fame.

L'ora di cena intanto era arrivata e non ci fu cosa migliore che sedere a tavola, mangiare e scambiarsi le impressioni su una giornata che fu storica.

Continua.
  



Il ritorno in motoslitta

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4 agosto 2011

Capitolo 11 di 13

Erano poco più delle 15 e il buio era già dominante.


Ora si trattava di tornare alla base con le motoslitte percorrendo i 18 chilometri che ci separavano dal caldo dell'hotel.

Il freddo pungente ci aveva un po' stremati, soprattutto i bambini e i freddolosi.

Gli organizzatori decisero di fare intervenire un pullman stradale che sarebbe venuto a prendere i bambini e gli adulti che non si fossero sentiti di affrontare il percorso di ritorno con la motoslitta.

La richiesta fu sopra le aspettative al punto che due adulti dovettero rinunciare al comodo e veloce pullman perché era necessaria la presenza di un numero di guidatori di motoslitta tale da poter guidare tutti i mezzi impegnati nella gita.

Non ci fu nessun problema, anzi dopo quello che avevamo vissuto fino a quel punto, l'orgoglio personale, il fascino dell'avventura ed un pizzico di solidarietà verso i più stanchi, fu facile raggiungere il numero minimo di guidatori di motoslitta necessari.

Sapevamo che un'altra occasione così non sarebbe più capitata e l'esperienza di guidare col buio era affascinante.

Mentre una guida radunò con sé un gruppo, l'altra ci invitò a raggiungere le motoslitte e mettere in moto.

Avviammo i motori e nell'oscurità si sollevarono nuvole di fumo bluastro, poi ci sedemmo sulle selle e via.

Viaggiammo un po' più lenti rispetto all'andata ma ci fermammo meno volte.
Il buio era quasi totale, ma quel poco di luce che ancora si percepiva, il fascio luminoso dei fari ed il riflesso della neve ci regalavano uno scenario molto suggestivo e tanta sicurezza.

Il percorso era in parte segnato, ma lo scuro oltre il cono di luce dei fari confondeva la direzione da tenere ed infatti capitò che la guida si accorse di essere finita fuori tracciato... e noi tutti dietro, ma rientrammo subito dopo senza grandi difficoltà.

Finalmente, a pochi chilometri di distanza dal paese avvistammo una collina illuminata, attrezzata per lo sci alpino notturno e subito dopo avvistammo il ponte autostradale sul fiume che ci indicava le vicinanze del noleggio.

Eravamo arrivati, ma ci fu un ultimo sussulto quando chi stava davanti si dimenticò della presenza di alcune cunette proprio in quel punto che, viste all'ultimo momento, provocarono qualche sbandata e qualche scossone fuori programma.

La gita era davvero terminata e riconsegnammo le motoslitte con un po' di dispiacere, in fondo ormai ci eravamo affezionati e le sentivamo anche un po' "nostre".

Continua.
 
 

lunedì 11 agosto 2014

Nella Taiga



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29 giugno2011

Capitolo 10 di 13

La carovana  composta da cinque slitte finalmente si mosse, i  cani correvano e ancora abbaiavano eccitati.

L'inizio del percorso era completamente in piano e si svolgeva lungo un sentiero abbastanza largo attorniato da alberi e arbusti.

Ero immerso nella famosa Taiga, un tipo di foresta nordica costituita prevalentemente da pini, abeti e betulle.

Pochi minuti dopo il sentiero si strinse e cominciò a salire un po'.

I cani rallentarono molto, mi ricordai che gli istruttori ci avevano detto che, nel caso in cui gli animali si fossero fermati, i conducenti avrebbero potuto scendere per alleggerire un po' il carico, senza però perdere il contatto fisico con la slitta.

Gli husky però non si fermarono, anche se intanto smisero di abbaiare, per cui non fu necessario scendere dal mezzo che procedeva ancora ad una velocità più simile alla corsa umana che al passo e in più, a causa dei sobbalzi, dei rami degli alberi che invadevano il percorso e delle curve, avevo la mia difficoltà a schivare gli ostacoli con la testa ed assecondare le curve per evitare il ribaltamento del mezzo.

D'un tratto il paesaggio si aprì ed il sentiero tornò ad allargarsi, un lato del percorso era completamente pianeggiante, senza vegetazione e coperto solo di neve inviolata: avevamo raggiunto la riva di un lago ghiacciato e la stavamo percorrendo.

Volli approfittare di quei momenti per estrarre con una mano la macchina fotografica che cercavo di tenere il più possibile al caldo nelle tasche interne della tuta termica.


Non fu come dirlo: dovetti estrarre un guanto e tenerlo con la bocca, appoggiarmi alla slitta col corpo per non perdere l'equilibrio e tentai un paio di foto.

Mostrai disappunto quando mi resi conto che la luce era praticamente andata e che le foto sarebbero risultate mosse anche a causa delle vibrazioni della slitta nonostante stessi frenando.

I 25 gradi sottozero furono il dulcis in fundo di un quadro fotografico impossibile, tant'è che le batterie cedettero quasi istantaneamente.

Ebbi giusto il tempo di scattare ancora due foto improvvisate, più per documentazione che per immortalare un ambiente che gli occhi, i profumi e il suono ovattato registravano con una suggestione particolare.

Gli husky, instancabili, andavano a briglia sciolta e solo in qualche punto dovetti premere il freno per rallentare la loro corsa.

Ricordo ancora che il cane posteriore a destra, ogni volta che frenavo soprattutto nelle discese, si girava verso di me e avevo l'impressione che volesse chiedermi perché lo facessi, quando lasciavo il freno tornava a guardare in avanti e la slitta accelerava in fretta.

Il tempo passava, la luce scendeva ed il freddo incominciava ad essere insopportabile.


Eravamo quasi alla fine dell'ora prevista per la passeggiata e stavamo già ripercorrendo la strada del ritorno quando mi accorsi che attraverso un occhio vedevo tutto offuscato.

Il passamontagna che indossavo lasciava scoperti gli occhi e parte degli zigomi, la velocità del veicolo acuiva il freddo al punto che, man mano si formavano lacrime, queste non cadevano, ma congelavano formando una pallina di ghiaccio saldamente ancorata alla palpebra che limitava la visione.


Gli ultimi minuti furono difficili perché la vista cominciava ad annebbiarsi anche nell'altro occhio e fu un sollievo quando, terminata la gita, potemmo rientrare nella casa degli husky a bere e mangiare qualcosa.

Il ghiaccio sugli occhi si sciolse velocemente e presi atto di avere anche una corta striscia viola a fianco di una narice che indicava un inizio di ustione da freddo, però lo spirito era a livelli altissimi, eravamo consci di aver vissuto un'avventura indimenticabile.






Continua.
 

A scuola guida di slitte



21 giugno2011

Capitolo 9 di 13

Era la giornata degli insegnamenti.
Dopo le lezioni sommarie di guida alla motoslitta, ora dovevamo imparare a gestire la slitta trainata da una muta di cani.
La slitta poteva contenere fino a due persone sedute, mentre il terzo doveva guidare il veicolo stando in piedi.
Dal lato estremo posteriore sporgevano i due pattini. 
In legno, piuttosto stretti tanto da non contenere in larghezza la sagoma di uno scarpone, erano alti pochi centimetri per cui non escludevano completamente un eventuale urto tra i piedi del guidatore con un'asperità del suolo.


Quella però era la posizione da tenere, ponendo le mani ben aggrappate al bordo superiore della slitta per non essere disarcionati dalle buche o sobbalzi.
In caso di curva ci fu consigliato di spostare il peso all'interno della svolta stessa per evitare il rischio di ribaltamento del veicolo e soprattutto di frenare prima di imboccarla, per non rischiare di perdere il controllo della slitta, rimanendo così appiedati.
"Sì , ma come si frena?" chiese uno dei partecipanti anticipando noi tutti.
"Vedete quella barra metallica tra un pattino e l'altro?, basta salirci con un piede oppure tutti e due se la frenata non è sufficiente" ci disse disinvolto l'istruttore.
Ok, la teoria sembrava semplice e ineccepibile, ma si sa che tra il dire e il fare... ne passa.
Comunque non ci fu molto tempo per indugiare, erano già passate le 14, avevamo già un po' di ritardo e la passeggiata si sarebbe protratta per un'ora.
Arrivò il momento di "accomodarsi" sulla slitta.
I cani abbaiavano all'impazzata, eccitatissimi, scodinzolanti e non vedevano l'ora di partire.
La muta, composta da sei cani, era trattenuta con delle funi affinchè la slitta non si muovesse durante i preparativi.
Mentre salivano i due passeggeri un allevatore montava in piedi, alla guida, con i piedi sul freno (una griglia di metallo a forma di tagliola che mordeva la neve) poi fece montare me insieme a lui sul freno e lui scese.
Un istante dopo la slitta si mosse di qualche centimetro, l'istruttore mi aiutò nuovamente a tenere il freno e mi suggerì di stare in mezzo per avere una forza frenante maggiore, (a scapito però del mio equilibrio) almeno fin quando le slitte non fossero partite.
Ricordo che mi chiesi cosa dessero da mangiare e bere a quei cani.  (la RedBull che ti mette le ali?)
Pensare che pochi minuti prima mi ero impietosito nel vedere quelle minuscole creature esposte a 25 gradi sottozero che avrebbero dovuto trainare una slitta con tre persone a bordo stra-abbondantemente vestite.
Capii che fu un pensiero sbagliato, comunque inadeguato.
In quegli istanti mi accorsi di avere anche un po' caldo, la tensione era alta, ci fu detto di non preoccuparci se fossimo caduti perché gli istruttori ci avrebbero seguito con le motoslitte, pronti ad intervenire all'occorrenza.
Uno alla volta sciolsero i nodi delle funi che tenevano fermi le slitte e la carovana partì. 

Continua.