lunedì 12 ottobre 2015

Il Canale di Caledonia



# 25

Storia.

Alla fine del 1700, le imbarcazioni non avevano neppure pallidamente la stazza e la sicurezza delle navi attuali, certo esistevano vascelli e fregate pesanti anche 1000 – 5000 tonnellate, ma erano imbarcazioni di punta.
La maggior parte delle navi usate per scopi commerciali, o di guerra, aveva caratteristiche più contenute e con dei grossi limiti se dovevano affrontare le correnti marine o il mare aperto in tempesta.
Del resto la propulsione avveniva a vela, visto che il motore a scoppio non era stato ancora inventato.
Se fosse stato possibile mettere in comunicazione le coste scozzesi orientali con quelle occidentali senza circumnavigare il territorio lungo il lato nord, attraverso le acque pericolose di Cape Wrath e del Pentland Firth, (tornerò sia sul Pentland Firth che su Cape Wrath) il commercio e la macchina da guerra sarebbero stati più efficienti.
Sempre in questi anni era iniziata una dolorosa rivoluzione agricola (Highland Clearances) che stava trasformando l’agricoltura nelle highlands, fino a quel momento praticata da contadini affittuari su piccoli appezzamenti di terra, in più redditizi allevamenti di ovini.
I grandi proprietari terrieri di quel periodo cominciarono a recintare le loro proprietà e a sfrattare intere famiglie che vivevano in questi aree, facendo perdere loro casa e territorio.
Ciò fu una delle cause che portò alla povertà le popolazioni locali, in particolar modo quelle di cultura gaelica.
Questi due argomenti furono i motivi per i quali venne intrapreso uno studio per la realizzazione del Canale di Caledonia.
Da una parte, quindi, l’aspetto commerciale e bellico e dall’altra la creazione di grandi quantità di posti di lavoro di manovalanza per alleggerire la crisi lavorativa ed economica.
Nel 1803, a distanza di 30 anni dalla prima indagine di fattibilità, venne approvata l’esecuzione del progetto con fondi che si dimostrarono insufficienti alla realizzazione dell’opera.
Anche i tempi previsti inizialmente, 7 anni, si dilatarono nonostante il tentativo di ridurre i costi diminuendo un po’ la profondità del tracciato.
Nel 1822, con un ritardo di 12 anni sulla prima stima, il Canale di Caledonia fu aperto al traffico con un costo circa doppio di quanto preventivato.
Quello che non si poteva immaginare, fu che nel frattempo la tecnologia evolse al punto che vennero realizzate navi in ferro spinte da motori a vapore, più potenti e autonome, ma troppo grandi per navigarlo e che, dopo la sconfitta di Napoleone a Waterloo nel 1815, la Marina Reale non aveva più molte necessità di utilizzarlo.
In ogni caso non fu un’opera inutile perché nel tempo fu migliorato, reso un po’ più profondo e impiegato comunque per il trasporto commerciale, pur con i limiti delle sue dimensioni.
Dalla seconda metà del 1900 il Canale di Caledonia fu classificato come “Antico Monumento” ed è diventato un’attrazione turistica che attira centinaia di migliaia di turisti all’anno.

L’opera.

L’idea dei progettisti fu quella di mettere in comunicazione le città di Inverness e Fort William, rispettivamente sul Mare del Nord e sull’Oceano Atlantico, sfruttando quella linea naturale di faglia che attraversa la Scozia da nord-est a sud-ovest attraverso la Great Glen o Glen More.
La Great Glen è lunga un centinaio di chilometri e circa due terzi del suo percorso è costituito da laghi, il più alto dei quali, il loch Oich si trova a 32 metri s.l.m.
Anche se la sua altezza rispetto al mare non è grande, per realizzare il Canale di Caledonia fu necessario predisporre 29 chiuse lungo il percorso, piazzate in modo particolare dove la valle ha maggiore pendenza.
Si dovette considerare soprattutto la presenza di fiumi e torrenti che alimentano i vari laghi prima di sfociare nei due mari.
Proprio per questo motivo e per avere una profondità minima sufficiente, il Canale fu scavato fuori dall’alveo dei fiumi, seppure con un percorso parallelo, ma vennero comunque sfruttati i laghi per la navigazione.
Un’altra ragione per cui il suo circuito idrico è autonomo, pur provenendo l’acqua dai fiumi e dai laghi, è che, se il suo percorso avesse sostituito i fiumi, sarebbe stato impossibile controllare il deflusso delle acque e ciò avrebbe reso ingestibili anche le 29 dighe, talvolta situate a molti chilometri di distanza l’una dalle altre, vanificando quindi la funzione stessa dell’opera.
Bisognava quindi che il sistema di chiuse utilizzasse solo una quota parte delle acque fluviali disponibili e che l’eccedenza fosse scaricata in maniera naturale, permettendo anche alle specie ittiche di muoversi liberamente.



venerdì 25 settembre 2015

Il salto generazionale

Ieri incontro una conoscente e, scambiando qualche parola, mi racconta di avere alcuni problemi di comunicazione con la figlia adolescente.
Secondo lei questo deriva dalla troppa differenza d’età, circa 40 anni, che intercorre fra loro.
Passa un po’ di tempo e incontro un altro conoscente sulla settantina accompagnato da uno dei nipoti, adolescente anche lui che, ad un certo punto del colloquio, redarguisce il nonno in modo simpatico, chiedendogli perché si autodefinisce vecchio.
In realtà questo uomo si lamenta solo un po’ del fatto che fatica a mantenere una linea asciutta e che in bicicletta, ultimamente, non ha sempre voglia di percorrere decine di chilometri come un po’ di tempo fa. 
Ecco qua la riflessione in agguato che mi entra in testa considerando i due episodi che sono svincolati fra loro: il salto generazionale.
Il divario generazionale è sempre esistito, modi diversi di pensare, di agire, di credo, di ideologia, di obiettivi, di essere più o meno combattivi o rassegnati, atteggiamenti e comportamenti nei confronti della vita e delle conoscenze spesso dettati dall’impressione di avere più o meno forza, nella “certezza” delle proprie ragioni.
Penso a quando ero ragazzo io, a quando si pensava che i 40/50enni fossero quasi dei sopravissuti agli eventi, un’età così lontana, un futuro così remoto quasi da non prenderlo in considerazione, eppure le esperienze altrui ci insegnavano che quell’età sarebbe giunta piuttosto in fretta e quindi era necessario costruire la propria vita giorno dopo giorno.
Nelle generazioni precedenti alla mia il salto generazionale era ancora peggio.
In mezzo c’erano anche motivi di guerra vissuta, insieme alla fame, a tanta povertà e ignoranza.
Non molto spesso i nipoti potevano conoscere i loro nonni e quando succedeva avevano a fare con persone abbruttite dall’asprezza della vita e della salute.
Torniamo a noi, a oggi.
La distanza anagrafica media tra una generazione e l’altra è aumentata, il mondo non è mai stato così dinamico come ora.
E’ esperienza comune, o facilmente appresa, che da qualche decennio l’evoluzione è sempre più rapida.
Solo considerando queste due ultime affermazioni, oltre alla situazione pregressa, dovremmo concludere che la differenza di pensiero tra i giovani ed i meno giovani dovrebbe essere molto più accentuata, dovrebbe esserci in mezzo un solco invalicabile nella comprensione reciproca, invece secondo me oggi avviene l’esatto opposto.
Ci sono mamme che escono con le figlie, che le accompagnano allo shopping o in palestra, ma non perché vogliono sostituirsi alle loro amicizie o “controllarle”, ma perché il ruolo di mamma non è necessariamente in conflitto con quello di amica (naturalmente il ruolo primario non deve essere snaturato).
Ci sono papà che fanno sport con i loro figli, vanno in bicicletta o giocano a calcio con loro, sciano insieme.
Immagino già una critica a queste affermazioni: “Lo fanno per dimostrare a se stessi di essere ancora giovani e competitivi come un ragazzo; hanno paura di invecchiare”
Io penso che non ci sia nulla di male nel cercare di mantenersi giovani, attivi ed efficienti, ci è stato dato questo corpo e solo questo, che male c’è nel tenerlo efficiente, pulito, in ordine e funzionante?
Non credo negli eccessi della chirurgia estetica, ma sono felice che esistano una medicina e una chirurgia “funzionale” sempre più rispettose delle persone, capaci di guarirci il più possibile dalle malattie.
In questo mondo, nel 2015, vivono insieme almeno tre generazioni e questo non è mai successo a memoria d’uomo. 
Non mi sembra solo un record, ma anche una conquista sociale.
Nonni (e talvolta bisnonni) capaci di dare una mano ai propri figli e nipoti simultaneamente in uno scambio simbiotico di esperienze, idee, innovazione, talenti, sono un fatto culturale e comportamentale nuovo, una ricchezza per tutta l’umanità e anche un mezzo per colmare la distanza generazionale, per generare nuova comprensione e soprattutto rispetto reciproco.


martedì 8 settembre 2015

Le Highlands del nord-ovest - 2



# 24

Costeggiamo il loch Broom e pochi minuti dopo raggiungiamo il paese di Ullapool, che principalmente si estende sul lungo costa per qualche centinaio di metri.
Case e negozi, tutti allineati sul mare dal quale i residenti traggono praticamente la loro sussistenza sottoforma di pesca, ma anche di turismo.
Negozietti turistici, bar, sale da thè, locande, un bell’ambiente, persino un Golf Club, insomma non manca nulla che non possa trattenere qui la gente mettendola a proprio agio.
Effettivamente, dopo aver percorso molti chilometri incontrando pochissimo traffico sulla strada, non immaginavo di trovare un insediamento abitato così vivace, tuttavia c’è da considerare che Ullapool possiede anche un terminal da cui partono i traghetti verso le isole Ebridi esterne per cui, per certi versi, è un crocevia obbligato.




Da questa mattina, partiti da Broadford nell’isola di Skye, abbiamo percorso parecchia strada e dopo aver raggiunto questa meta, oltre ad aver fatto una passeggiata distensiva, pensiamo sia ora di rientrare a Drumnadrochit, però guardo la carta e vedo una località vicina che si trova dietro ad un promontorio situato a poca distanza.
Decidiamo di raggiungere questo nuovo paese sperando che la salita sulla collinetta ci regali un altro panorama della zona, ma osservato da un diverso punto di vista.
Non restiamo delusi e scattiamo una foto di Ullapool vista dall’alto in prossimità di un “cattle grid”.



Il cattle grid è una barriera per gli animali: è formata da un buco nell’asfalto stradale ricoperto da barre di ferro distanziate in modo tale che il bestiame, come ovini e bovini, non possa transitare perché le loro zampe entrerebbero nella griglia.
La griglia però è sufficientemente stretta da permettere il passaggio di un piede umano e delle ruote di un’automobile.
Con questo metodo gli animali al pascolo non possono scappare percorrendo le strade, sfruttando proprio la loro riluttanza innata a percorrere le griglie.


      
Ora scendiamo dall’altro lato dell’altura e arriviamo ad Ardmair; più che un paese vero e proprio direi che si tratta di una manciata di casette bianche sparpagliate sulla riva del mare ai piedi di una collina.
Così lontano da sembrare un luogo di un altro mondo, emana un aspetto ascetico che viene sottolineato dalla sua spiaggia.
Posta all’interno di un’insenatura, è riparata dal moto ondoso più vivace da una piccola isola vicina e dal fatto che alcuni chilometri al largo si trovino le isole Ebridi esterne.
La caratteristica di questa spiaggia a semicerchio, costituita da ciottoli piatti tondeggianti quasi tutti uguali fra loro, è dovuta alle strisce colorate, alle varie sfumature di grigio (molto meno di 50 ^_*) che la marea e le onde pennellano su fasce concentriche.
Dal grigio scuro passano al bianco man mano ci si allontana dall’acqua, è qualcosa di veramente bello. 


                        
Abbiamo raggiunto il limite fino al quale potevamo spingerci e così iniziamo il rientro.
Transitando lungo strade già percorse senza fare ulteriori soste, ci si muove più in fretta, al punto che, prima di arrivare al Loch Droma, abbandoniamo la A835 per imboccare la più stretta A832 che ci riporta indietro fino a costeggiare nuovi fiordi marini (Little loch Broom e poi loch Ewe).   





  
Sul loch Ewe facciamo una veloce sosta ad Aultbea, sede anche di una base NATO dove spesso le grandi navi vengono a rifornirsi.   



Continuiamo a costeggiare quell’insenatura che è il loch Ewe poi saliamo su una collina caratterizzata da piccoli laghetti e molte piccole pozze d’acqua finchè, stesa sulla costa, scorgiamo la località di Gairloch. 



Non credo abbia nulla di eclatante da raccontare, ma basta il fatto che anche lei sia una piccola perla di luogo che ti fa apprezzare il panorama.
Sì, una delle tante, quasi tutte uguali fra loro come le perle naturali di una collana, eppure con quelle piccole sfumature grigie proprie che le caratterizzano l’una dalle altre e rendono la collana un insieme prezioso e unico.
E’ proprio l’ora di rientrare, ma lungo la strada (A832) facciamo ancora un’abbuffata di punti caratteristici lungo il loch Maree e altri luoghi fino al ricongiungimento con la A835 che ci riporta ad Inverness  e poi a Drumnadrochit.




mercoledì 19 agosto 2015

Le Highlands del nord-ovest



# 23

Lasciarsi alla spalle l’isola di Skye è stato un po’ come rientrare da un mondo diverso, qualcosa del tipo terminare un giro su una giostra che ti diverte.
Ci fermiamo poco, sia a fotografare che ad ammirare i panorami visti il giorno precedente ad eccezione di una visita all’esterno dell’Eilean Donan Castle, resa veloce dall’inclemenza del tempo ventoso e piovoso contemporaneamente.
Del resto qui la variabilità del clima è estrema e si può passare dalla pioggia al sole e viceversa in pochissimo tempo.
Gli Scozzesi con una buona dose di ottimismo e con po’ di humor dicono che il brutto tempo non esiste, ma solo gli abiti sbagliati.
Non che il concetto sia scorretto ma, nel nostro caso, visto che neppure l’ombrello è utilizzabile a causa del vento, servirebbero stivali di gomma da pescatore, un mantello con cappuccio e una macchina fotografica subacquea.
Poiché non siamo attrezzati fino a questo punto pensiamo che l’auto sia in ogni caso un buon sostituto, quindi ci rifugiamo all’interno e via.
Ripercorriamo con poche varianti la strada che abbiamo fatto il giorno precedente tra i loch e le montagne delle Highlands.
Pochi chilometri dopo ha già smesso di piovere e raggiungiamo in fretta quell’alloggio a Drumnadrochit che avevamo prenotato.
Ennesima sistemazione dei bagagli, ma è ancora mattina per cui apriamo la carta geografica per decidere dove andare; i luoghi possibili sono tanti, c’è solo da scegliere.
Le Highlands sono fra i luoghi che desideravamo vedere e così decidiamo di puntare verso nord-ovest in direzione dell’Oceano Atlantico.
Per dirla tutta ci sarebbe piaciuto arrivare all’estremo nord, ma ci vorrebbe ben più di una giornata già incominciata.
Le strade non sono poi molte e sulla mappa, in mezzo ad un arzigogolo di fiordi, troviamo un paesino, Ullapool, che sembra geograficamente ben collocato; OK è nostro e si riparte.
Siamo appena arrivati da sud del Loch Ness, ma ora lo abbandoniamo subito e tanti saluti a Nessie.
Percorriamo una strada secondaria che accorcia il percorso, (la A833) però all’inizio è particolarmente tortuosa e stretta, ma il paesaggio è colorato con un verde appagante.             





Man mano che ci spostiamo ad ovest, il territorio torna ad essere progressivamente più aspro, forse anche troppo.
Vediamo dei boschi di conifere abbattuti e molti alberi che non sembrano in buono stato.
Scopriamo che da anni alcuni parassiti infestano la vegetazione e da qui la decisione di abbattere le piante ammalate e sostituirle progressivamente con alberi nuovi.
Il contrasto visivo è duro, ma è l’unico metodo per risolvere il problema.
Mi fermo a scattare alcune foto di questo scempio naturale, però vedo anche dei pini rigogliosi caratterizzati da bellissimi fiori.




Ora procediamo lungo la A835 che sale leggermente lungo un territorio particolarmente disabitato, stento a credere che qui si possa vivere agevolmente, vedo pochissime abitazioni completamente isolate, non sono abituato a tanto spazio aperto che quasi percepisco come ostile.
Di colpo intuisco il perché gli highlanders abbiano guadagnato in passato la nomea di avere un carattere duro, fiero e bellicoso.
Naturalmente immagino che un abitante di questi luoghi si troverebbe altrettanto spaesato ad esempio a Londra o a Milano che da qui penso distino anni luce.
In lontananza vediamo un muro che scopriamo essere la diga che contiene il loch Glascarnoch, mi dico che l’intento che avevo di vedere luoghi selvaggi, a questo punto è stato appagato anche oltre le aspettative.



Proseguiamo: terminato un loch ne incomincia uno più piccolo (loch Droma) che sembra una torbiera, manca giusto un po’ di nebbia e poi credo che ci sarebbero tutti gli ingredienti per la location di un film horror.


Ora la strada scende in mezzo ad un apparente nulla fino ad un nuovo specchio d’acqua (Loch Broom) e solo i segni della marea ci garantiscono di aver raggiunto l’Oceano Atlantico.  
Sullo sfondo vediamo finalmente un insieme abitato che, cartina alla mano, non può essere altro che Ullapool.










mercoledì 29 luglio 2015

Skye - 3



# 22

Lasciamo Portree dietro di noi imboccando una strada secondaria, la A850, che ci porta nell’ovest dell’isola, poi a Dunvegan e qui iniziamo il ritorno verso Broadford costeggiando un tratto del lato ovest di Skye lungo la A863.
In questa zona la costa è più frastagliata che mai e i luoghi che stiamo visitando sono al di sopra di ogni più rosea aspettativa.
Siamo sul Loch Harport dove un braccio di mare arzigogolato s’insinua nell’entroterra collinare.
Casette bianche, pascoli verdi, piccole imbarcazioni da pesca e da diporto, le immancabili pecore dalla faccia nera (blackface sheep), che sono caratteristiche di questi luoghi, creano un mix incredibile di paesaggio abbellito ulteriormente dal cielo nuvoloso che a tratti lascia filtrare delle lame di luce.
Mentre osservo un po’ in lontananza alcune mucche al pascolo, un raggio di sole schiarisce l’erba verdissima che i bovini brucano.
Rispetto allo sfondo, più buio per le nuvole, sembra che il prato sia stato colorato con un gigantesco evidenziatore verde fluorescente.

















Non avevamo mai visto luoghi di questo tipo così belli e caratteristici per cui quando saliamo in auto lo facciamo con un certo dispiacere.
Ora siamo vicini alla nostra meta serale, Broadford, che raggiungiamo giusto per l’ora di cena.
Una volta rifocillati c’è ancora tempo per  visitare qualcosa di questa cittadina che ci aveva subito fatto una buona impressione.
Del resto a queste latitudini il sole a giugno tramonta tardi, quindi sfruttiamo al meglio la luce raggiungendo a piedi il vicino porticciolo.
Poche e piccole imbarcazioni sono ormeggiate al riparo del mare e forse ancora di più dal vento.
Le nasse dei pescatori, reti di varia forgia, galleggianti e cime sono allineati a fianco di un muretto; nessuna chiusura, nessun blocco per impedirne il furto, ma probabilmente qui funziona così.
La gente si conosce tutta e il rispetto è reciproco.
Alcune barche rosse ancorate ad un altro molo spiccano in lontananza, sembra che la marea abbia intenzione di metterle a secco così come sta facendo con alcune strisce di terra che ha già fatto emergere.






Il panorama è tipico di questi luoghi e una nube temporalesca sullo sfondo ci disillude sul fatto che il raggio di sole basso sull’orizzonte, che ora sta illuminando l’ambiente, possa essere presente anche l’indomani.
Del resto di questi posti si dice che è possibile vedere le 4 stagioni in una sola giornata e nella nostra breve esperienza sappiamo di averne viste già tre, francamente mi auguro proprio di non trovare la neve.
Il mattino seguente apriamo la finestra della camera e vediamo che il mare ha lasciato momentaneamente molto spazio alla terraferma, le barche che avevamo visto la sera prima a mezz’acqua ora sono all’asciutto totalmente.


Oggi torneremo a Drumnadrochit, ma prima di partire vogliamo fare una passeggiata qui a Broadford lungo una passerella di legno che, attraversando uno stretto ruscello, conduce in un piccolo parco verde dotato di area da pic-nic.




Il luogo visivamente è invitante, ma l’ora non è quella giusta e neppure la temperatura e il vento invogliano ad una sosta, quindi prendiamo auto e bagagli per tornare sul Loch Ness.
Mentre ripercorriamo il ponte che collega Skye con il resto della Scozia siamo consci che questo posto meritava una visita molto più prolungata.
Ci convinciamo che prima o poi ci torneremo e forse non basterà neppure un’altra volta perché qui molte cose meritano di essere viste, riviste e vissute con i tempi naturali che questi luoghi suggeriscono.
Sono sicuro che, fra le regioni che ho visitato, l’isola di Skye sia una di quelle più belle da un punto di vista ambientale.
Mi ha conquistato e credo che se fra qualche decennio non dovessi essere più qua a raccontare di questi viaggi, uno dei luoghi in cui potreste incontrare il mio spirito è proprio qui, sull’isola di Skye insieme ai suoi monti, ai fiordi, alle brume, al vento, ai laghi e al mare.
Qui, dentro i luoghi selvaggi, sotto un cielo che varia continuamente, che alimenta i grigiori, i colori, le luci e le ombre degli infiniti pascoli, qui dove fioriscono le brughiere e le eriche insieme alle leggende di Elfi e Fate, qui dove aleggia un certo misticismo celtico.
Arrivederci Skye.




mercoledì 8 luglio 2015

Skye - 2

Precedente

# 21

Molte cose durante questo soggiorno meritavano il viaggio già da sole, ma qui siamo all’apoteosi della bellezza.
Siamo inseriti nel “grande Nord”, caratterizzato da una natura aspra e selvaggia eppure generosa come non mai in quanto a bellezza.
Ci fermiamo per scattare alcune foto e quasi siamo storditi dal suono del silenzio, qualche uccello lontano cerca di riempirlo, quasi con rispetto, insieme ad un leggero fruscio del vento.
Qui la natura scorre con i suoi tempi, i suoi ritmi antichi, mi sembra persino di percepire un po’ di malinconia celtica nonostante la simpatia delle persone che abbiamo incontrato anche pochi minuti prima.
Vedo e fotografo un piccolo cimitero: come si fa a definire “bello” un piccolo cimitero fuori dai centri abitati che non è neppure recintato e non ha nessun monumento di pregio che lo caratterizza?
Eppure le sue lapidi spartane e i pochi fiori presenti sono esageratamente valorizzati dalla sua posizione geografica.
Sul mare, davanti ai colori delle stagioni e ad un panorama contemporaneamente montano, lacuale e marino, sempre bello e variabile, secondo i ritmi della marea che da queste parti bagna e asciuga lunghe strisce di territorio, questo luogo di Memoria riesce a farmi sentire bene e in pace con tutto.   



Pur vivendo in una grande città conosco queste emozioni, ma non è facile farle uscire dal proprio io per farle affiorare sulla pelle, qui però la cosa sta funzionando.
Ci sembra incredibile che esistano dei luoghi di questa bellezza, eppure eccoci qui a viverli.
Mentre sto scrivendo mi fermo un attimo per rileggere le ultime frasi perché ho il dubbio di avere calcato un po’ la mano con la descrizione delle sensazioni che escono dal mio io; invece no, ho descritto appena le percezioni che ho colto in quei momenti e che rievoco facilmente osservando alcune foto.
La strada continua e allo stesso modo il saliscendi dalla macchina per catturare foto ed emozioni.
Molto spesso non sappiamo neppure dove ci troviamo; siamo lontani da paesi, da centri abitati.
Il panorama è così vario che ogni volta che risalgo sull’auto dopo avere scattato le foto, ne scatto una “di servizio” al GPS in modo da avere le coordinate geografiche dei luoghi perché sono sicuro che, diversamente, una volta a casa sarà impossibile catalogare per bene tutti gli scatti in modo univoco.
Poco più avanti la strada curva bruscamente verso sinistra: uno strettissimo braccio di mare che non si vedeva fino ad alcuni istanti prima e ortogonale al percorso, ci costringe ad una deviazione di qualche chilometro verso l’interno rispetto alla linea costiera principale: è il Loch Sligachan, un panorama nel panorama.










Il navigatore e i cartelli stradali, questi ultimi scritti un po’ in inglese e un po’ in gaelico, ci segnalano che siamo vicini a Portree, il capoluogo di Skye.
Siamo ancora all’esterno della località quando la luce favorevole mi permette di catturare qualche immagine.







In mezzo a ciò che vedo, posto sullo sfondo rispetto ad alcune case di Portree, noto, molto in lontananza, un profilo montagnoso piuttosto grezzo con alcune nuvole che avvolgono un lato della montagna, a sua volta vicina a dei pinnacoli che sembrano piazzati lì apposta e questo m’incuriosisce. 



In quel momento, giugno 2012, mi limito a constatare la caratteristica della cosa e la riprendo, per quanto possibile, per mezzo di una foto neppure bella.
Ora faccio un salto temporale aprendo un inciso.
A posteriori, un giorno verso la fine del 2014, sento in Tv le prime note di quell’intenso brano musicale cantato da  Dorotea Mele, Lovely On My Hand, che fa da colonna sonora agli spot pubblicitari di Calzedonia.
Istintivamente mi volto verso lo schermo e vedo Julia Roberts, testimonial di quella pubblicità, camminare su una passerella di pietra in un contesto naturalistico eccezionale.
Penso “Caspita, quella è quasi certamente la Scozia…” poi compare un uomo in kilt che indirettamente mi conferma il pensiero e intanto si vedono dei pinnacoli di roccia inseriti in uno scenario che sembra irreale, “..ma quel luogo è a Skye…” Sì è proprio quello che compare in lontananza in quello scatto, è: “ Old man of Storr”.
Potete trovare qui lo spot a cui mi riferisco.
Tornerò su questo discorso.